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di Giorgio Cortese

Ci sono stagioni che il tempo non riesce a cancellare. Restano vive nelle voci spezzate dei racconti, nei silenzi pieni di nostalgia, negli occhi di chi ancora oggi ricorda esattamente dov’era in quelle domeniche infinite. Il campionato 1975-76 non fu soltanto una corsa scudetto: fu un pezzo di anima italiana, un duello epico che trasformò Torino nella vera capitale del calcio. Da una parte la Juventus FC, potente, vincente, abituata a dominare.

Dall’altra il Torino FC di Luigi Radice, feroce e romantico, una squadra che sembrava correre con il cuore prima ancora che con le gambe. Due mondi opposti. Due identità diverse. Ma unite dalla stessa città, dallo stesso cielo grigio, dalla stessa fame di gloria. Torino, in quei mesi, non dormiva mai davvero.

Si viveva di calcio ovunque: nei tram affollati, nei cortili, nelle officine della FIAT, nei bar pieni di fumo e discussioni infinite. Ogni vittoria era un’esplosione. Ogni pareggio una ferita. Ogni errore un peso che sembrava schiacciare l’intera città. Non era semplice tifo: era appartenenza. Era orgoglio. Era vita quotidiana.

La Juventus sembrava destinata all’ennesimo trionfo. Aveva esperienza, campioni, mentalità. Ma quel Toro non accettava il ruolo di comparsa. Non arretrava mai. Pressava, combatteva, si rialzava. E più il campionato andava avanti, più la tensione diventava quasi insopportabile. Poi arrivò Perugia.

La sconfitta bianconera che nessuno immaginava. Il pareggio del Toro contro il Cesena che bastò per cucirsi addosso uno scudetto atteso da una vita. In quell’istante Torino trattenne il respiro. E subito dopo esplose. Un’intera metà della città pianse di gioia, mentre l’altra, pur ferita, capì di aver assistito a qualcosa di enorme.

Anche da juventino, è impossibile non provare rispetto per quella squadra granata. Quel Torino aveva un’anima rara. Paolo Pulici, Francesco Graziani, Claudio Sala, Renato Zaccarelli: uomini prima ancora che calciatori, simboli di un calcio che apparteneva davvero alla gente. Non giocavano soltanto per vincere. Giocavano per rappresentare un popolo intero. Ed è forse questo che oggi manca di più.

Il calcio moderno corre veloce, cambia faccia continuamente, consuma tutto in pochi giorni. Le bandiere spariscono, le rivalità perdono profondità, le emozioni sembrano più fragili. Ma il campionato del 1975-76 continua a vivere perché racconta un tempo in cui il calcio non era solo spettacolo: era identità, memoria, passione pura. Forse alcune sfide non finiscono mai davvero.

Continuano a esistere dentro chi le ha vissute, dentro una città che ancora oggi si divide e si riconosce in quei colori. E forse il vero motivo per cui ricordiamo quella stagione con tanta emozione è semplice: ci ricorda un calcio umano, sincero, capace di unire persino attraverso la rivalità. Perché quando Torino viveva quel derby infinito, il calcio non era soltanto un gioco.

Era il battito di una città intera. (Giorgio Cortese)