di Giorgio Cortese
Quando il latino diventava italiano: “Quisquis amat valeat, pereat qui nescit amare”. Questa frase latina significa letteralmente: “Chi ama stia bene; perisca chi non sa amare.” È un augurio e al tempo stesso un ammonimento: celebra l’amore e condanna chi è incapace di provarlo. Così recita una celebre scritta rinvenuta sui muri di Pompei, ma in una forma imperfetta, popolare, lontana dal latino “corretto” dei libri. Ed è proprio questo dettaglio a renderla sorprendentemente attuale: ciò che accadeva al latino allora sta accadendo, in forme diverse, anche all’italiano di oggi.
Infatti, la stessa iscrizione si legge così sul muro: Quisquis ama, valia, peria qui nosci amare, bis tanti peria, quisquis amare vota. Una frase che suona come un pensiero d’amore da cioccolatino, ma che in realtà è una finestra aperta su un momento cruciale della storia della lingua. Tradotta liberamente: chi ama stia bene, perisca chi non sa amare, due volte perisca chiunque proibisca l’amore. Parole semplici, dirette, quasi moderne, eppure scritte in un latino che già sta cambiando pelle.
Quel valia al posto del corretto valeat, quel peria invece di pereat, non sono errori casuali: sono l’orecchio che prende il sopravvento sulla grammatica. Chi scrive sa leggere e scrivere, ma scrive come parla. Le consonanti finali cadono, le vocali si avvicinano, le forme si semplificano. È il latino che scivola lentamente verso l’italiano, senza saperlo, senza volerlo. Non è ancora una lingua nuova, ma non è più quella di Cicerone.
Il graffitaro pompeiano non è ignorante: è fedele alla voce viva della sua epoca. In una lingua scritta rigidissima, bloccata da secoli, il parlato comincia a correre più veloce. Le regole restano immobili, ma le bocche cambiano. Il latino classico continua a essere la lingua dei testi solenni, delle leggi, della storia; il latino parlato diventa altro, si contamina, si piega, si adatta alle masse di non madrelingua dell’Impero, ai dialetti locali, ai suoni più facili.
Lo stesso scarto lo ritroviamo nel Satyricon di Petronio, dove Trimalcione e i suoi ospiti parlano un latino sgrammaticato, grottesco, potentemente realistico. È un latino che non vuole essere bello, ma vero. Più tardi, nella Appendix Probi, un insegnante esasperato annota gli “errori” dei suoi studenti: speculum non speclum, masculus non masclus, calida non calda. Errori, per lui. Anticipazioni, per noi. In quelle forme scorrette c’è già lo scheletro dell’italiano.
Anche oggi una lingua muta perché mutano i suoi parlanti. I nuovi cittadini provenienti da fuori Italia portano con sé strutture linguistiche diverse, suoni nuovi, semplificazioni necessarie per comunicare. L’inglese penetra ovunque, non più come lingua straniera ma come lingua d’uso: parole importate, adattate o lasciate intatte, scelte per comodità e rapidità. A questo si aggiunge un fenomeno meno visibile ma più profondo, che riguarda chi ha studiato e poi ha dimenticato: l’analfabetismo di ritorno.
Molti sono stati a scuola, hanno appreso regole, tempi verbali, ortografia, eppure con il tempo hanno smarrito parte di quelle competenze. Sui social l’italiano viene scritto come viene parlato, senza mediazioni, senza controllo. L’italiano da molti viene scritto in modi diversi, quasi “come lo parlano”. Le frasi si accorciano, la punteggiatura si dissolve, le parole cambiano forma. Non è sempre ignoranza: spesso è disabitudine, fretta, perdita dell’abitudine a pensare la lingua come qualcosa da coltivare.
I social network amplificano tutto questo. Rendono visibile il parlato scritto, mostrano un italiano frammentato, plurale, instabile. Ognuno scrive come parla, e poiché si parla in modi diversi, l’italiano appare ogni volta diverso. Proprio come il latino tardo, la lingua vive una frattura tra la norma e l’uso: da un lato l’italiano corretto, dall’altro quello quotidiano, rapido, imperfetto, vivo.
E allora, guardando quel muro di Pompei, possiamo immaginare il graffitaro che scriveva: “Chi ama stia bene, chi non sa amare perisca.” Lui non sapeva che stava tracciando le prime linee di una lingua futura. Oggi, tra abbreviazioni, emoji e parole inglesi adattate, noi facciamo lo stesso: scriviamo come parliamo, viviamo la lingua, la modifichiamo, la pieghiamo, senza saperlo del tutto. La storia continua, e la lingua, ieri come oggi, cambia con chi la parla.








