di Giorgio Cortese
C’è un confine sottile, quasi invisibile, tra il mondo umano e quello selvatico. È un margine che si estende tra la radura e la foresta, tra la luce filtrata del giorno e l’ombra profonda degli alberi. È lì che l’ho visto.
Era un pomeriggio quieto, l’aria carica del profumo di muschio e terra umida. I rumori del bosco — fruscii, canti di uccelli, il crepitio lontano di rami spezzati — facevano da cornice a una calma apparente. E poi, come se fosse sempre stato lì, è apparso lui: il lupo.
Non si è mosso. Era immobile, al limitare del bosco al bordo del sentiero. Mi guardava.
Lo sguardo del lupo non è quello di un cane, né quello di un predatore che sta per colpire. È qualcosa di più profondo, più antico. Ti trapassa, ti misura, ti ricorda. E in quell’istante, qualcosa si risveglia dentro. Una memoria remota, un’allerta primordiale che affonda le radici in epoche in cui eravamo prede più che padroni del mondo.
Il cuore accelera. Le mani sudano. Non c’è reale pericolo — o almeno così pare — eppure ogni fibra del corpo è tesa. Paura? Forse. Ma è una paura diversa, non legata alla sopravvivenza immediata. È reverenza. È il riconoscimento di qualcosa di più grande, di più selvatico di noi.
Ci siamo osservati in silenzio, io e il lupo, per un tempo che sembrava sospeso. Poi, con un movimento lento, privo di fretta, si è voltato ed è sparito tra gli alberi, inghiottito dall’ombra da cui era venuto. Nessun rumore. Solo il silenzio lasciato dietro di sé, come un’eco che risuona ancora nella mente.
Rimango lì, immobile, colpito da una strana emozione: un misto di sollievo, malinconia e gratitudine. Perché in quell’incontro fugace c’è stata una comunicazione muta, un legame spezzato e ricucito per un attimo. Il lupo, simbolo di ciò che è selvaggio e incontrollabile, è tornato a guardarmi, a ricordarmi che siamo solo ospiti in questo mondo.
E io me ne torno indietro con un brivido lungo la schiena. Non per la paura. Ma per la consapevolezza che là fuori, nel fitto del bosco, esiste ancora un mistero che ci osserva. E ci perdona.







