di Giorgio Cortese
La foto ha la compostezza di una scena silenziosa, quasi studiata, eppure nasce dal lavoro quotidiano. Rami potati e raccolti ai piedi degli alberi formano una trama fitta, disordinata solo in apparenza. È una scrittura a terra, fatta di gesti ripetuti, di mani che conoscono le stagioni meglio del calendario. Sullo sfondo, il parco continua a vivere, mentre il segno dell’intervento umano resta discreto, necessario, mai invasivo.
Qui si celebra il lavoro invisibile dei giardinieri, quelli che non cercano applausi ma equilibrio. In estate come in inverno, sotto il sole o nella nebbia, tengono il paesaggio in ascolto di se stesso. Tagliare non è distruggere: è preparare spazio, aria, futuro. Ogni ramo reciso è una promessa di nuova crescita, ogni cumulo ordinato è una pausa prima del ritorno alla forma.
Viene naturale pensare a fervet opus, come scrive Virgilio: il lavoro ferve, silenzioso e continuo, mentre la vita scorre. Qui ferve senza clamore, senza urgenza apparente, ma con una fedeltà profonda al ritmo della natura. È un’opera che non finisce mai, perché non deve finire.
E la chiusura è limpida, quasi consolatoria: ciò che viene curato resiste. Dove qualcuno si prende il tempo di fare bene il proprio mestiere, anche l’inverno non è una fine, ma solo una fase. La bellezza non è sempre nel fiore che sboccia, a volte è nel ramo messo da parte con rispetto. E questo basta a credere che il mondo, con pazienza, sappia ancora rinnovarsi.








