di Giorgio Cortese
Tra smombie, nomofobia e phubbing: una riflessione ironica su come la tecnologia, nata per connetterci, rischi talvolta di allontanarci da ciò che abbiamo davanti agli occhi.
L'altro giorno, tornando verso casa, ho assistito a una scena che avrebbe fatto sorridere, se non fosse diventata così normale da passare quasi inosservata.
Dall'autobus scese un uomo che sembrava impegnato in una missione segretissima. Camminava spedito attraverso la piazza principale senza guardare davanti a sé. Gli occhi erano incollati allo schermo del cellulare, le dita correvano veloci e il mondo attorno a lui sembrava non esistere.
Sfiorò una panchina. Evitò per puro caso un cestino. Mancò un'auto parcheggiata per pochi centimetri, con uno slalom degno di un professionista.
Sembrava uno zombie moderno, uno di quelli che non cercano cervelli ma connessioni Wi-Fi.
Su una panchina sedevano due personaggi noti che, per ragioni di riservatezza, chiameremo Gervasio Stecchino e Augusto Fusillo. Erano entrambi talmente magri che, quando si mettevano di profilo, sembravano sparire.
«Lo vedi?» disse Gervasio.
«Chi?»
«Quello che attraversa la piazza senza sapere di essere nella piazza.»
Augusto osservò attentamente: «Ah, uno di quelli.»
«Di quelli cosa?»
«Di quelli che, se il telefono cade a terra, chiedono scusa al telefono.»
I due scoppiarono a ridere.
In quel momento il cellulare dell'uomo vibrò.
Lui sorrise. Vibrò di nuovo. Lui sorrise ancora. Un altro segnale. Un'altra occhiata.
Sembrava che qualcuno stesse tirando invisibilmente i fili dei suoi movimenti.
«Sai che oggi hanno persino inventato un nome per quelli come lui?» disse Augusto.
«Quale?»
«Smombie.»
«Sembra il nome di un mostro.»
«In un certo senso lo è. Nasce dall'unione di smartphone e zombie.»
Gervasio annuì.
«Effettivamente cammina come uno zombie.»
«Con la differenza che gli zombie cercano cervelli. Lui sembra averlo parcheggiato dentro il telefono.»
Poco distante, vicino alla fontana, il pensionato Ernesto Brontolazzi stava seguendo la conversazione.
Era uno di quelli che parlavano poco ma che, quando intervenivano, lasciavano il segno.
«Non è l'unico fenomeno curioso dei nostri tempi», osservò.
I due si avvicinarono.
«Che intendi?»
«Avete mai notato quelli che si agitano se il telefono perde il segnale per trenta secondi?»
«Eccome.»
«Anche questa ha un nome: nomofobia. È la paura di restare senza connessione, senza batteria o senza cellulare. Una volta si temeva di perdersi nel bosco. Oggi qualcuno teme di perdersi una notifica.»
Gervasio rise.
«E quelli che al ristorante ignorano gli amici per guardare il telefono?»
Ernesto sorrise.
«Anche quello ha un nome: phubbing. Significa trascurare chi si ha davanti per dedicare tutta l'attenzione allo schermo.» I tre si guardarono attorno.
Ovunque c'erano persone con il telefono in mano.
Coppie sedute insieme che non si parlavano.
Amici che condividevano un tavolo al bar ma non uno sguardo.
Passanti che attraversavano la piazza senza accorgersi della piazza e dei negozi.
Ernesto rimase in silenzio per qualche secondo.
Poi indicò il cielo, che il tramonto stava lentamente tingendo di rosso.
«Sapete qual è il vero scherzo della tecnologia?»
«Quale?» chiesero in coro.
«È stata inventata per aiutarci a comunicare e a conoscere il mondo. Eppure, qualche volta, finiamo per parlare con tutti tranne che con chi abbiamo accanto e a conoscere tutto tranne ciò che abbiamo davanti agli occhi.»
Lo smombie della piazza continuava a camminare senza alzare lo sguardo.
Intanto il tramonto proseguiva il suo spettacolo gratuito: poche nuvole sparse si coloravano di rosa e arancio, sfumando in mille tonalità diverse.
Ernesto si sistemò il cappello e concluse: «La tecnologia è un magnifico servitore, ma un pessimo padrone. Quando smettiamo di usarla e iniziamo a obbedirle, non perdiamo il segnale del telefono. Perdiamo qualcosa di molto più importante: il contatto con la realtà.»
E la realtà, a differenza delle notifiche, non manda mai un secondo avviso. (Giorgio Cortese)












