di Giorgio Cortese
Era un caldo sabato pomeriggio d'estate. Sul dehors del Bar Italia, sotto grandi ombrelloni color crema, quattro amici di vecchia data sorseggiavano caffè e acqua fresca osservando la vita scorrere lenta nella piazza. Le sedie di ferro battuto cigolavano leggermente, le cicale cantavano senza sosta e dall'interno del locale arrivava il tintinnio delle tazzine e il profumo del caffè appena macinato.
Sul muro esterno del bar era appeso un vecchio cartellone pubblicitario dei gelati degli anni Sessanta e Settanta. I colori erano sbiaditi dal sole e dal tempo, ma le immagini conservavano ancora tutto il loro fascino. Bastò uno sguardo perché la conversazione cambiasse direzione e si trasformasse in un viaggio nella memoria.
«Guardate quel cartellone...» disse uno degli amici indicando le vecchie figure stampate. «Quando eravamo bambini ci passavamo davanti decine di volte prima di decidere quale gelato prendere.»
Gli altri sorrisero immediatamente. Quel cartellone sembrava una macchina del tempo.
«Altro che smartphone e videogiochi» commentò uno di loro. «Noi restavamo cinque minuti a studiare ogni immagine. La scelta del gelato era una faccenda seria.»
Le risate si mescolarono ai ricordi.
«Io prendevo quasi sempre il Cremino» raccontò uno. «Costava poco e mi sembrava il più buono del mondo.»
«A me piaceva il Fior di Fragola» aggiunse un altro. «Aveva quel gusto che sapeva davvero d'estate.»
Le immagini continuavano a riaffiorare una dopo l'altra. C'erano il Mottarello, uno dei simboli del dopoguerra italiano, il Liuk con il suo celebre bastoncino di liquirizia, il Paiper che sembrava arrivato direttamente dal futuro e il Cornetto, che per molti bambini rappresentava il premio più desiderato.
«E chi si dimentica del Cucciolone?» disse uno degli amici ridendo. «Prima leggevamo le vignette e poi lo mangiavamo. Era mezzo fumetto e mezzo gelato.»
Le pubblicità di allora erano entrate nell'immaginario collettivo. Sul cartellone comparivano nomi curiosi come Piedone, Calippo, Dalek e tanti altri che sembravano usciti da un film di fantascienza o da un fumetto. Per i bambini di quegli anni ogni gelato aveva una personalità, una storia e una promessa di avventura.
«La cosa incredibile» osservò uno di loro «è che bastavano poche lire.»
Negli anni tra la fine dei Sessanta e i primi Settanta un ghiacciolo costava circa 30 o 50 lire. I gelati più semplici si compravano con 50 o 100 lire, mentre quelli più elaborati arrivavano a 150 lire. Oggi sembrano cifre impossibili, ma allora rappresentavano una piccola conquista. Si mettevano da parte le monetine ricevute dai nonni o il resto della spesa e si contavano più volte per essere sicuri di averne abbastanza.
I quattro amici ricordavano perfettamente quelle scene. Le biciclette appoggiate fuori dal bar, le corse sotto il sole, le ginocchia sbucciate dopo una partita improvvisata e la fila davanti al frigorifero dei gelati. Nessuno aveva fretta. L'estate sembrava infinita.
«In fondo» disse il più silenzioso del gruppo «non era il gelato in sé a renderci felici.»
Gli altri lo guardarono incuriositi.
«Era l'attesa. Era scegliere. Era stare insieme. Quel cartellone era una finestra sui nostri sogni. Ogni immagine prometteva qualcosa di speciale.»
Per qualche istante rimasero in silenzio a osservare il vecchio manifesto. Attorno a loro la piazza continuava a vivere il suo tranquillo pomeriggio estivo, ma nella loro mente scorrevano immagini di decenni lontani: il sole sulle strade polverose, le lire strette nel pugno e l'emozione di scegliere il gelato più desiderato.
Quando il sole iniziò a calare dietro i tetti delle case, i quattro amici capirono che ciò che ricordavano con tanta nostalgia non erano soltanto i nomi dei gelati o i loro prezzi. Era un modo diverso di vivere il tempo, quando bastava davvero poco per sentirsi ricchi.
Quei vecchi cartelloni non erano semplici pubblicità. Erano mappe della felicità, disegnate per una generazione che sapeva trasformare una manciata di lire in un pomeriggio indimenticabile.
Il valore dei ricordi non dipende da quanto costavano le cose, ma dalle emozioni che sapevano regalarci. Le felicità più autentiche spesso nascono dai momenti più semplici, quelli che il tempo passa ma non riesce mai a cancellare. (Giorgio Cortese)












