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di Giorgio Cortese

Al Bar Italia, Sandro, il titolare, sta pulendo il bancone con la calma di chi ha visto passare molte estati uguali e molte estati diverse senza farci troppo caso. Fuori, il giorno di mercato riempie la piazza di voci, prezzi urlati, cassette di frutta e gente che si muove come un fiume disordinato. Dentro, invece, si è creato un piccolo rifugio per alcuni ragazzi appena usciti da scuola.

Sandro li osserva senza interromperli subito. Sono seduti vicino alla finestra, ancora con lo zaino appoggiato male accanto alla sedia, come se non fosse del tutto chiaro che quella fase della vita sia davvero finita. Hanno quell’aria sospesa di chi ha appena chiuso un capitolo lungo e strutturato, ma non ha ancora trovato il modo di iniziare quello successivo.

Parlano a tratti, senza ordine preciso. Uno dice che si sente vuoto, come se qualcuno avesse improvvisamente tolto la sveglia quotidiana, i compiti, le verifiche, il ritmo obbligato delle giornate. Un altro invece dice che il problema è l’opposto: troppe idee insieme, troppe direzioni possibili e nessuna che sembri abbastanza forte da diventare “la scelta giusta”. Un altro ancora scherza, ma senza troppa convinzione, dicendo che sarebbe disposto a non pensare più a nulla per tutta l’estate. C’è anche chi non interviene quasi mai, ma ascolta tutto con attenzione, come se ogni parola degli altri fosse un pezzo di qualcosa che ancora non riesce a nominare.

Sandro arriva con dei bicchieri d’acqua, uno per ciascuno, senza chiedere nulla. Non ha fretta, non riempie i silenzi. Sta lì come chi sa che certe conversazioni non hanno bisogno di essere guidate, ma solo di non essere interrotte.

Poi, quasi senza alzare la voce, dice che quel momento che stanno vivendo è più normale di quanto sembri. Il problema non è il vuoto, ma il modo in cui lo si guarda. Perché il vuoto può spaventare, oppure può diventare spazio. E lo spazio, se non lo riempi subito con qualsiasi cosa, può trasformarsi in qualcosa di utile.

A quel punto i ragazzi lo guardano con più attenzione. Sandro continua, senza trasformarsi in un maestro o in qualcuno che dà risposte definitive. Dice che ognuno ha qualcosa che lo accende, qualcosa che non è per forza un lavoro o una carriera, ma una cosa che fa perdere il senso del tempo nel modo giusto: non quello che lo ruba, ma quello che lo riempie senza pesare.

I ragazzi provano a cercare esempi. Uno pensa allo sport, ai momenti in cui il corpo sembra andare da solo. Un altro pensa al disegno, a quando una pagina bianca smette di essere vuota. Un altro ancora immagina il contatto con le persone, le domande, le conversazioni, la curiosità. Non sono risposte definitive, ma tentativi, piccoli passi per capire da dove potrebbe partire qualcosa.

Sandro, nel frattempo, torna al bancone. Asciuga, sistema, pulisce. Non aggiunge altro, perché ha imparato che certe cose funzionano meglio quando non vengono forzate.

Fuori il mercato continua come sempre, con la sua confusione ordinata e la sua energia rumorosa. Dentro il Bar Italia il tempo sembra più lento, quasi sospeso. Eppure, proprio in quella lentezza, qualcosa si muove.

Non è una scelta definitiva, non è una rivelazione improvvisa. È più simile a una crepa sottile nel modo in cui guardano il futuro: non più come qualcosa che deve arrivare già pronto, ma come qualcosa che si costruisce mentre si vive.

E mentre Sandro chiude il panno e osserva per un istante la sala ormai quasi silenziosa, resta nell’aria una sensazione semplice e difficile da spiegare: il futuro non si accende tutto insieme. Si accende per gradi. E, a volte, basta solo non spegnerlo subito. (Giorgio Cortese)