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Un racconto di Giorgio Cortese

Ruggero Sputafumo era un uomo di quarantotto anni con i baffi storti, una pancia rispettabile e un talento straordinario per lamentarsi di qualunque cosa. Se pioveva, diceva che era colpa del governo. Se c'era il sole, sosteneva che faceva troppo caldo. Se il bar sotto casa finiva i cornetti alla crema, era convinto che qualcuno stesse complottando contro di lui. Negli ultimi anni aveva sviluppato anche un'altra abitudine: dare la colpa agli immigrati per qualsiasi problema gli capitasse. Quando perdeva un cliente nella sua piccola impresa di traslochi, borbottava che era colpa degli stranieri. Quando sentiva una notizia negativa in televisione, scuoteva la testa e ripeteva sempre la stessa frase: "Una volta era tutto diverso."

La verità era più complicata di come Ruggero voleva raccontarla. Anni prima aveva perso il lavoro in una grande azienda che aveva chiuso per motivi economici. Da allora aveva attraversato periodi difficili. Si era sentito umiliato, arrabbiato, dimenticato. Invece di affrontare quel dolore, aveva trovato qualcosa di più semplice: cercare qualcuno da incolpare. Così il rancore era cresciuto lentamente dentro di lui, come un'erbaccia. Non conosceva davvero molte persone immigrate. Ne vedeva alcune per strada, nei negozi o nei cantieri, ma non aveva mai parlato seriamente con loro. Eppure era convinto di sapere tutto.

Una sera d'autunno, dopo una lunga giornata di lavoro, Ruggero stava tornando a casa con il suo vecchio furgone color beige. Pioveva forte e il vento scuoteva gli alberi lungo la strada provinciale. A metà percorso il motore iniziò a tossire. "Non adesso..." mormorò. Il furgone sobbalzò una volta, due volte, poi si fermò del tutto. Ruggero provò a riaccenderlo. Niente. Riprovò. Ancora niente. Guardò il telefono. Nessun segnale. Era bloccato in una strada quasi deserta, sotto una pioggia battente. Scese dal veicolo brontolando e sollevò il cofano. Non capiva quasi nulla di motori, ma guardare dentro gli sembrava comunque una buona idea. Dopo venti minuti era fradicio. Cominciò a innervosirsi. "Perfetto. Proprio perfetto." Fu allora che vide una luce avvicinarsi. Un piccolo furgoncino bianco rallentò accanto a lui. Dal posto di guida scese un uomo alto, con una giacca impermeabile blu. "Ha bisogno di aiuto?" chiese con un sorriso. Ruggero lo osservò. L'uomo era africano. Per un attimo sentì riaffiorare tutti i suoi pregiudizi. "No, faccio da solo."

L'uomo guardò il motore e poi lui. "Se è sicuro..." Ruggero provò ancora qualche minuto. Niente. La pioggia aumentò. Alla fine sbuffò. "Va bene. Magari può dare un'occhiata." L'uomo si presentò. "Mi chiamo Malik." Aveva una voce calma e gentile. Nel giro di pochi minuti individuò il problema: un collegamento elettrico allentato. Lavorò sotto la pioggia senza lamentarsi. Dopo circa mezz'ora il motore tornò a rombare. Ruggero rimase sorpreso. "Come ha fatto?" Malik sorrise. "Facevo il meccanico nel mio paese. Qui lavoro in una cooperativa, ma certe cose non si dimenticano." Ruggero annuì. Non sapeva cosa dire. Per la prima volta si sentiva a disagio. Era stato aiutato proprio da una persona verso cui aveva nutrito tanti pregiudizi. "Quanto le devo?" "Niente." "Niente?" "Niente." Malik si strinse nelle spalle. "Quando una persona è in difficoltà si aiuta. Tutto qui." Poi fece per andarsene. Ma Ruggero lo fermò. "Aspetti."

Esitò qualche secondo. "Grazie." Malik sorrise di nuovo. "Buona serata, signor Sputafumo." E ripartì. Quella notte Ruggero non riuscì a dormire bene. Continuava a ripensare a quell'incontro. Nei giorni successivi cercò di ignorare la sensazione che aveva dentro. Ma qualcosa era cambiato. Una settimana dopo entrò nel piccolo supermercato del quartiere e vide Malik alla cassa. Scoprirono di abitare a poche strade di distanza. Cominciarono a salutarsi. Poi a scambiare qualche parola. Poi a prendere un caffè ogni tanto. Ruggero ascoltò per la prima volta una storia diversa da quelle che aveva immaginato.

Malik gli raccontò della sua famiglia. Del viaggio difficile che aveva affrontato. Delle notti passate studiando la lingua. Dei lavori pesanti. Delle porte chiuse in faccia. Delle persone che lo avevano accolto e di quelle che invece lo guardavano con sospetto. Più ascoltava, più Ruggero si accorgeva di una cosa semplice: Malik non era un simbolo, non era una categoria, non era uno slogan. Era una persona. Con paure, sogni, problemi e speranze molto simili alle sue. Questo non trasformò Ruggero in un uomo perfetto. Non cambiò da un giorno all'altro. Ogni tanto ricadeva nei vecchi discorsi. Ogni tanto si arrabbiava ancora. Ma iniziò a fermarsi prima di giudicare. A fare domande invece di trarre conclusioni. Ad ascoltare.

Un pomeriggio, seduto al bar con alcuni conoscenti, sentì uno di loro dire: "Sono tutti uguali." Una frase che lui stesso aveva pronunciato centinaia di volte. Ruggero guardò il caffè davanti a sé. Poi rispose: "No. Non sono tutti uguali." Gli altri lo fissarono sorpresi. "Come fai a dirlo?" Ruggero pensò alla pioggia, al furgone fermo e a quell'uomo che avrebbe potuto tirare dritto e invece si era fermato. Sorrise appena. "Perché ho imparato che le persone vanno conosciute una alla volta." Da quel giorno non smise di avere opinioni, dubbi o paure. Ma smise di trasformarle in muri. Aveva capito che il rancore è una stanza senza finestre: più tempo ci passi dentro, meno riesci a vedere il mondo com'è davvero. E scoprì che a volte basta una mano tesa sotto la pioggia per aprire una porta che sembrava chiusa da anni. (Giorgio Cortese)