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di Giorgio Cortese

C’è una regola tacita che sembra attraversare il mondo degli affari come un filo scuro: fare agli altri ciò che non vorremmo subire. Non è soltanto un paradosso morale, ma una prassi che molti considerano realistica, quasi inevitabile. In un contesto economico e finanziario, una riflessione di respiro etico non è un’intrusione, perché l’economia riguarda persone prima ancora che capitali. Amartya Sen lo ha ricordato più volte, sostenendo che separare l’economia dall’etica significa privarla della sua anima e ridurla a puro calcolo.

Questa logica capovolta è stata raccontata con straordinaria efficacia da Charles Dickens nel Martin Chuzzlewit. Dopo il suo primo viaggio negli Stati Uniti, lo scrittore rimase profondamente deluso da una società che gli appariva dominata dall’interesse e dalla diffidenza reciproca. Nel romanzo emerge una regola non dichiarata ma largamente praticata: negli affari non vale il principio evangelico del fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi, bensì il suo contrario. Agire per primi, colpire prima di essere colpiti, perché si dà per scontato che l’altro, se potesse, farebbe lo stesso.

Non si tratta di un’intuizione isolata. Anche Alexandre Dumas padre, nel Conte di Montecristo, affermava senza indulgenza che negli affari non esistono amici, ma solo soci. È una constatazione che sembra assolvere ogni durezza, come se il profitto autorizzasse la sospensione dei legami morali. Questa visione, già problematica ai vertici della grande economia, diventa ancora più grave quando scende nei livelli ordinari della vita sociale.

La perdita del senso morale, infatti, si manifesta nella quotidianità: nel piccolo inganno considerato innocuo, nell’evasione fiscale giustificata come astuzia, nell’interesse personale che prevale su ogni norma condivisa, nella corruzione vissuta come un male necessario. Quando questi comportamenti diventano sistematici, la regola denunciata da Dickens smette di essere una provocazione letteraria e diventa una descrizione fedele della realtà.

Ci si adegua a questa deriva perché si è smarrito non solo il senso della morale, ma anche quello della generosità, della gratuità e della solidarietà. Donare senza calcolo, perdonare senza tornaconto, riconoscere l’altro come fine e non come mezzo appaiono gesti fuori mercato. Eppure è proprio in questa dimenticanza che l’interesse prende il posto della coscienza e l’economia, privata della sua dimensione umana, rischia di trasformarsi in una pratica fredda, dove tutto ha un prezzo ma nulla ha più valore.