Nel 1970 a Città del Messico, alla mezzanotte tra il 17 e il 18 giugno, nacque lo spirito italiano dello sventolare il tricolore. Nella storia ogni popolo stabilisce silenziosamente e senza intenzione quali giorni resteranno nella sua memoria, giorni simbolo di dolore, la morte di Moro, del Generale Dalla Chiesa e dei giudici Borsellino e Falcone, i terremoti che evocano paura e altri che ci hanno dato speranza e un sorriso come quella magica notte del 1970, una data che è stata rielaborata e messa alla prova del tempo, giudice che promuove o boccia senza appello. Il tempo che ci fa ricordare un romanziere o un artista o un cantautore piuttosto che un altro.

Pensiamo che sia il caso, ma invece le circostanze vengono rielaborate dalla memoria di un popolo per dare maggiore significa a degli episodi piuttosto che ad altri, come quella mitica partita. Sono fenomeni difficili da decifrare come questa famosa partita che è ormai al limite di una leggenda, diventando la partita del secolo e non invece quelle di Madrid dell’11 luglio 1982 con l’amato Presidente Pertini che grida in tribuna che non  ce n’è per nessuno al terzo gol dell’Italia sulla Germania e il gol urlato di Tardelli.

Eppure fu proprio con quest’ultima partita che l’Italia divenne per la terza volta nella sua storia campione del mondo, la prima dalla fine della guerra. In Messico fu certo la prima volta in cui l’Italia giocò in televisione a mezzanotte, nell’ora in cui i sogni si liberano e le convenzioni sociali si allentano. Con la fine dei supplementari che scoccò alle due, orario convenzionalmente impossibile per festeggiare e che invece scatenò una delle feste più spontanee e liberatorie e di massa di cui vi sia memoria. Fu la prima volta che un popolo intero, di tutte le classi e le età e le idee politiche, si diede spontaneamente convegno nelle piazze illuminate di ogni città italiana con i colori della bandiera che si affacciarono progressivamente nella notte. Nessuno ne aveva esemplari in casa, nessuno si era preparato a venderne, sicché tutto venne fatto artificialmente con una camicia, uno spray, da issare sulle auto. Con quella vittoria la nostra amata bandiera si liberò della crosta ideologica che la soffocava grazie a una vittoria in uno stadio lontano.

Lì, precisamente lì, si aprì la strada su cui sarebbe arrivato, quasi trent’anni dopo, Carlo Azeglio Ciampi. Tante prime volte tutte insieme, dunque, concentrate in un pugno di ore notturne. Un’esperienza collettiva indimenticabile. Ma era anche stata la prima volta, e fu questo a sprigionare la magia, che l’Italia aveva giocato in attacco, senza cautele tattiche e con il cuore a mille, lanciando alle ortiche la famosa tattica del catenaccio ma all’assalto con la baionetta della intrepida passione nell’aria leggera dei duemila metri di Città del Messico contro la Germania tutta disciplina e organizzazione.

Quella notte fu uno stupore per tutti gli italiani vederla vincere di slancio e forza, e genio insieme, proprio contro la Germania risorta dalle ceneri della seconda guerra mondiale come potenza economica, verso cui come italiani sentivamo, e sentiamo ancora, un inconfessabile complesso di inferiorità. Quando rivedo alla televisione quella partita la trovo ancora adesso surreale con Beckenbauer con il braccio al collo che piombava sul pallone come una locomotiva e l’attacco degli azzurri senza tattica ma con grande passione, l’Italia che andava all’attacco per cambiare il mondo, di quello spirito ne abbiamo tantissimo bisogno oggi. (blog di Giorgio Cortese)

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