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Lui è...
 
Lui è...
 
Lui è il mio compagno.
 
È ora, adesso, dopo la parola "compagno" che quella fogliolina appena caduta dall'albero scivola in mezzo ai due interlocutori e ne raffredda subito l'aria.
 
Porta in un incontro casuale, l'autunno.
 
Il gelo no, l'inverno sarebbe troppo, oramai la parola "compagno" è sdoganata, abbastanza da non far giungere il gelo invernale, ancora poco per mantenere il calore generato dall'incontro, ecco, appunto, è così che arriva: l'autunno.
 
Non ve ne siete mai resi conto?
 
Quel velo sottile, le prime volte che lo si dice, le prime volte in cui vostra figlia, vostro figlio, l'amica divorziata o che prima era single, vi presenta il suo ragazzo, il suo "uomo", ma che dopo la convivenza da "uomo" è diventato compagno, un sottile velo che trasforma tutto.
 
Stessa cosa per il sesso opposto, prima è "la donna", la "sua ragazza", poi, appena posato lo spazzolino nel bicchiere del lavandino, disfati scatoloni e bagagli, muta, evolve, la relazione diventa più seria, si convive, ma l'appellativo no, quello torna indietro, regredisce: compagna.
 
Chi condivide la stessa casa, chi condivide la vita, il quotidiano, ma senza che vi sia un'unione civile o religiosa a suggellare il tutto, per poter definire il proprio status sociale agli altri deve utilizzare questa parola: compagno.
 
Sorrido, quando sento "compagno" o "compagna", penso subito alla scuola, ai compagni di banco, al comunismo, o peggio, molto peggio: "ai compagni di merende", sì, i compagni di merende, l'espressione utilizzata da uno degli imputati durante quel processo, il processo per gli omicidi attribuiti al cosiddetto "mostro di Firenze".
 
Quindi la parola "compagno" non è così "carina".
 
Mi domando chi abbia deciso, chi abbia individuato tra le tante parole che compongono il vocabolario italiano, proprio questa per identificare il "partner" di una relazione in cui si convive.
 
Però non si può fare altro, solo dicendo "compagno/compagna" si riesce a far capire che i due soggetti della frase, non solo hanno intrapreso una relazione sentimentale, ma sono andati oltre, ora convivono: vivono assieme.
 
Ammettetelo, fa sorridere anche a voi, dirlo, dire ad un vostro conoscente: "lei è la compagna di mio figlio".
 
Lo si dice con quel pizzico di imbarazzo aggiunto, come se si ammettesse una colpa: sì, mio figlio non si è sposato, ha messo su casa, ma è impuro, convive, per questo quell'appellativo, "compagno", che fa subito pensare alla scuola, ad un rapporto meno serio, importante; infantile.
 
Così, la volta successiva, sappiamo tutti come la chiamerete la compagna di vostro figlio e sappiamo tutti come lo chiamerete il compagno di vostra figlia.
 
Alla fine, si cede, anche se una coppia non è sposata, lo diventa, almeno nei vocaboli utilizzati: marito e moglie.
 
Quanto siamo moderni, mica ci facciamo influenzare da loro: dalle convenzioni sociali.
 
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Grazie a tutti per aver letto "L'angolo di Parole in Giostra", un appuntamento che da fine ottobre vi ha intratttenuti ogni martedì; puntuale.
 
Dalla prossima settimana questo appuntamento non sarà più "puntuale", gli impegni quotidiani hanno preso il sopravvento, troverete sempre ogni venerdì il nuovo giro di giostra su www.paroleingiostra.it; mentre qui: dipenderà dal tempo libero del giostraio.
 
Grazie ancora a tutti, buona settimana e a presto.
 
Il giostraio - Valentina.

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