di Davide Di Giovanni (studio Life&Mind)

Il down di Facebook, Instagram e WhatsApp ha evidenziato a noi stessi l’importanza che hanno assunto queste app nella nostra vita quotidiana.
Molti inizialmente pensavano a un problema della rete internet, poi hanno compreso il reale problema. Eravamo li, e più o meno consciamente ci trovavamo ad aprire l’app, trascinando verso il basso per ricaricare, ma senza successo. E in quel momento ci ricordavamo che erano fuori uso. Come un fumatore che accende la sigaretta senza neanche accorgersene, molti utenti 00 dei social si ritrovano con l’app aperta senza accorgersene.

Ma non si tratta di un mero passatempo. Queste app, Instagram in primis, influenzano il modo in cui vediamo noi stessi e di conseguenza la nostra autostima. Questo vale sia per chi è in età media, ma  specialmente per i giovani. Instagram è infatti più diffuso tra i giovani under 20, mentre invece Facebook è più utilizzato da persone più grandi. I social creano dipendenza. Sono fatti apposta per questo. Il perché è molto semplice: gli sviluppatori delle app guadagnano attraverso le pubblicità che gli inserzionisti pubblicano. Le app vengono fatte per questo, non per fare un piacere a noi.

Provate a farci caso: mettendo 2 o 3 like ad un video di cani fb ce ne proporrà subito altri: ha capito che siamo interessati a quell’argomento, soprattutto in quel momento, e sa che questo prolungherà la nostra permanenza sui social. Finito un video, ce ne viene proposto subito un altro. Se per un po’ di tempo non apriamo l’app ci viene a cercare lei attraverso le notifiche. Dopo un po’ addirittura con un sms. Il ricaricare la pagina, tirando verso il basso fa
comparire sempre contenuti nuovi. Questo è un meccanismo molto simile a quello delle slot machine. Ci sono poi i like, le visualizzazioni che otteniamo, che fanno leva su autostima, riconoscimento sociale e altri meccanismi profondi.

Fb e Ig (ma anche Google) hanno profilato ognuno di noi: sanno bene che tipo di persona siamo, cosa ci piace, a quale fascia sociale apparteniamo e molto altro. Gli stessi hashtag sono utili proprio per codificare il contenuto di un’immagine o un post. In questo modo ognuno ha un’app personalizzata. La dipendenza è dovuta proprio a questi fattori qui. Ci sono però alcuni fattori protettivi: la scarsità di tempo, dovuta ad esempio ad altri impegni, lavorativi, di studio, di svago, sociali o di altro tipo, il poco interesse verso i social, giusto per fare qualche esempio. Alcune persone possono essere poi più o meno predisposte a sviluppare una dipendenza.

Come uscirne?
Il primo passo è quello di riconoscere di avere un problema. È un passaggio imprescindibile. Le app stesse ci forniscono il tempo medio di utilizzo dell’app.
Dopodiché si può iniziare a darsi dei limiti: ad esempio aprire l’app solo per un determinato tempo giornaliero, e in alcuni momenti della giornata.
Si possono togliere le icone dalla home, si può anche tenere il telefono lontano da sé, ad esempio mentre si è impegnati a studiare o lavorare. Si può decidere di guardare solo determinati tipi di contenuti. Se questi accorgimenti non dovessero essere sufficienti allora può essere utile rivolgersi ad uno psicologo. Ci sono infatti alcune caratteristiche della personalità, insicurezze, fattori inconsci, che possono mantenere e cronicizzare il problema. Sia per le dipendenze da social ma anche da altri comportamenti: gioco d’azzardo, acquisto compulsivo, videogiochi, ecc. In chi è dipendente forniscono un piacere illusorio, momentaneo, ma non duraturo.

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