Dopo il primo presidente di colore, l'America dovrà attendere almeno quattro anni per eleggere anche il suo primo presidente donna. A dispetto di sondaggisti, economisti, analisti e quant'altro, Donald Trump ha vinto (a mani basse) le elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Confermando gli Stati tradizionalmente Repubblicani e andando a conquistare anche roccaforti Democratiche che, alla vigilia del voto, non erano nemmeno in discussione. Successo senza precedenti per «stile» e significato politico. Vince il candidato che ha saputo parlare alla pancia della gente. Magari promettendo cose che non si potranno realizzare ma che hanno smosso un'opinione pubblica evidentemente indirizzata solo ed esclusivamente al «mandare a casa» la dirigenza vecchia e lontana dai problemi della gente.
 
Oltretutto l'erede designato di Obama ha peccato clamorosamente proprio in campagna elettorale, concentrandosi sulle nefandezze dell'avversario e non sul proprio programma politico. Strategia clamorosamente sbagliata, come infatti hanno dimostrato ampiamente le urne. Peggio non si poteva fare: il simbolo evidente di una dinastia che ha diviso l'America in diverse circostanze è stata individuata come il primo bersaglio da eliminare. E poco importa se, per molti, era «il meno peggio». Alla fine hanno vinto quelli che, anzichè tappandosi il naso nella cabina elettorale, sono andati a votare Trump con estrema convinzione. Guidati da una rabbia contro il «sistema» che è parsa evidente sin dall'inizio. A tutti tranne che alla Clinton...
 
Le conseguenze immediate del voto Usa, facilmente prevedibili, partono dal crollo delle borse di tutto il mondo, ai milioni di dollari dei piccoli risparmiatori bruciati nel giro di poche ore dall'esito delle urne. Ma, come ha detto Obama, oggi il sole è sorto lo stesso. Quindi, più che alle immediate conseguenze, l'occhio va puntato su quello che accadrà almeno nel prossimo biennio. Nell'America delle contraddizioni (che vota Trump e, contemporaneamente, in molti Stati, un referendum per liberalizzare la marijuana...) il contraccolpo Repubblicano sarà probabilmente molto più evidente che altrove. E' sulla politica nazionale (immigrati, posti di lavoro e quant'altro) che il presidente si gioca la faccia. All'estero è chiaro che molte scelte dipenderanno dal nuovo alleato ex sovietico, Vladimir Putin, la «lunga mano» (nemmeno troppo celata) che alimentando la lotta globale contro il terrorismo ha esteso con successo la sua influenza anche sugli Stati Uniti. 
 
Dopo Brexit il successo di Trump è un'altra martellata nei confronti dell'ordine costituito. Il dato delle urne, in tal senso, appare la risposta più scontata al malessere della gente nei confronti della politica. Una risposta in grado di sovvertire ogni pronostico con conseguenze che, forse, nessuno è in grado di prevedere. Le democrazie così come le abbiamo conosciute fino a qualche anno fa, a conti fatti, stanno uscendo a pezzi dove si concentrano i voti di protesta. E' una storia già vista. Il successo di Trump è la conferma che il mondo sta cambiando. (blog di Alessandro Previati)

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