SETTIMO VITTONE - Una biografia è sempre molto di più del racconto di una vita: significa riscoprire luoghi, familiari e amici del protagonista, rivivere la sua epoca, ricostruire un contesto. Se poi la biografia è quella di un personaggio eccezionale come Rosario Scalero, ce n’è abbastanza per farne un film. Proprio un film, più precisamente un documentario sul celebre maestro e musicista piemontese, è il più recente progetto promosso dall’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, che del compositore ha recentemente acquisito l’intero archivio ora custodito a Saluzzo presso il Centro di Ricerca e Documentazione.

Un patrimonio in gran parte ancora da studiare, ma che già dalle prime indagini ha fornito allo sceneggiatore Corrado Trione e al regista Yukio Unia il materiale sufficiente per mettersi al lavoro su un prodotto video che avrà una durata di circa 20 minuti: “Non abbiamo in mente un film che dica tutto sull’uomo e sull’artista – spiega Trione – ma una prima esplorazione, che a partire da alcuni dei preziosi documenti che l’Istituto conserva, aiuti a riaccendere l’’interesse intorno a una figura straordinaria per i suoi meriti artistici e per l’avventura che fu la sua vita”.

Moncalierese di nascita, Rosario Scalero (1870-1954) ebbe un’educazione musicale di respiro europeo, divenne un violinista di fama internazionale fino a quando, grazie all’apprezzamento suscitato anche dalla sua attività di compositore, venne chiamato negli Stati Uniti prima alla Mannes School di New York e poi alla scuola di musica più importante del mondo all’epoca, il Curtis Institute di Philadephia. La storia di Scalero è quella di un piemontese nella ruggente America degli anni Venti e Trenta – resta iconica la sua foto in transatlantico insieme a Enrico Caruso e a Giulio Setti, direttore della Metropolitan Opera House - ma anche quella di un uomo innamorato delle nostre montagne, alle quali tornava appena poteva concedersi una pausa dal lavoro di docente e dai continui impegni di quella che lui stesso definiva “vita raminga”. Dopo anni di vacanze a Gressoney acquistò, nel 1929, il Castello di Montestrutto, in un borgo incantevole a metà strada tra Ivrea e l’imbocco della Valle d’Aosta. Proprio dal Castello neogotico, che oggi è una proprietà privata non visitabile, sono iniziate lo scorso 14 febbraio le riprese del documentario.

“Così come lo stesso Scalero – racconta lo sceneggiatore - anche alcuni dei suoi luoghi sono finiti un po’ ai margini della memoria, per quanto il Castello sia in ottimo stato di conservazione grazie alle cure degli attuali proprietari. Cosa che invece non si può dire per il sontuoso albergo liberty di Andrate, poco sopra Montestrutto, dove alloggiavano gli allievi del maestro quando venivano a trovarlo, che solo da poche settimane ha visto avviato un massiccio progetto di restauro dopo decenni di abbandono. Un film su Scalero ha la possibilità di mostrare questi luoghi, che in pochi finora hanno avuto il privilegio di visitare”.

Gli allievi che soggiornavano abitualmente ad Andrate erano nientemeno che i celebri Samuel Barber e Gian Carlo Menotti (noto anche come fondatore del Festival dei Due Mondi di Spoleto), che raggiungevano il maestro dagli Stati Uniti per continuare a stargli vicino anche in estate, e dopo il suo ritiro dall’insegnamento. Discepoli di Scalero non meno famosi furono anche Clermont Pepin, Antonino Riccardo Luciani e Nino Rota: intorno al Castello di Montestrutto e a Scalero, negli anni della maturità e della vecchiaia, si radunavano insomma le future star della musica mondiale, che non era raro trovare a passeggio per i sentieri del Canavese. Erano gli anni in cui l’Ivrea degli Olivetti vedeva svilupparsi un clima di fervore intellettuale che diede non poco impulso anche al mondo dell’arte in genere. Forse è qualcosa di più di un caso se l’anziano “maestro con la barba bianca” – così chiamavano Scalero a Montestrutto – ormai ritiratosi nel suo castello, incrociò fugacemente il giovane Antonio Mosca, che allora cominciava a muovere i primi passi nella musica proprio grazie al mecenatismo di Adriano Olivetti. Mosca, oggi ottantenne, è divenuto a sua volta un maestro conosciuto anche oltre i confini nazionali e conserva, in una sorta di passaggio di testimone ideale, il violino che fu di Scalero: la sua intervista occuperà, nel film che si sta girando in queste settimane, un ruolo centrale.

Saranno diverse le voci che, nel documentario, saranno chiamate ad approfondire la vita di Rosario Scalero: il compositore Alessandro Ruo Rui, il noto musicologo Alberto Basso, Angela Meluso e Mauro Tortorelli del Gran Duo Italiano, ensemble che ha riscoperto molti lavori compositivi di Scalero e li ha portati delle maggiori sale da concerto del pianeta. Voce narrante sarà la giornalista e studiosa Chiara Marola, che dalla tesi di laurea si occupa della rivalutazione della figura di Scalero e che si dedica a promuovere, anche per conto dell’Istituto per i Beni Musicali in Piemonte, diverse iniziative di studio e divulgazione. La prossima, in autunno, sarà un convegno internazionale originariamente programmato in occasione dei 150 anni dalla nascita del compositore (nel 2020) e poi slittato al 2021 per i problemi legati all’emergenza sanitaria.

Tra le iniziative che accompagneranno l’importante convegno, insieme ad alcuni concerti sulle musiche del maestro, è prevista la presentazione del documentiario, le cui riprese proseguiranno per tutto il mese di marzo sotto la guida del regista Yukio Unia, che al cinema legato all’arte e alla musica ha dedicato diversi lavori in carriera. Tra documenti inediti, rapporti e testimonianze con grandi figure di ieri e di oggi, note da ascoltare e luoghi da riscoprire, il film ha tutte le carte in regola per riaccendere l’interesse intorno a un personaggio troppo in fretta dimenticato, andando ben oltre la semplice biografia.

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