A quarant'anni di distanza da “Tutti gli uomini del presidente”, film sullo scandalo Watergate che nel 1978, a seguito dell'inchiesta giornalistica operata dal Washington  Post,  portò alle dimissioni del presidente Nixon, “Il caso Spotlight” di Tom McCarthy, riporta sul grande schermo una certa idea di fare giornalismo: di essere bravi giornalisti, con tutte le conseguenze che questo comporta.
 
La pellicola è la vera storia dell'inchiesta condotta nel 2001 dal “Boston Globe”, sul  vasto scandalo di pedofilia  nella chiesa bostoniana e sulle responsabilità delle alte sfere ecclesiastiche  nel tenerlo nascosto per anni. L'indagine, partita su iniziativa del direttore Marty Baron, porterà quattro giornalisti – il caposervizio Robby Robinson, Michael Rezendes, Sacha Pfeiffer, e Matty Carroll – a  denunciare  249 sacerdoti-pedofili responsabili di 1500 abusi.
 
La forza del film  sta nella sua scrittura, che risulta essere chiara, precisa, il più oggettiva possibile, come del resto è stata l'inchiesta condotta dai cronisti del tempo. Non ci sono  sensazionalismi, non ci sono prese di posizioni anticlericali, l'autore statunitense racconta la progressiva scoperta di una terribile verità, ma anche come questa, inserendosi nelle vite delle persone coinvolte, metta in discussione chi siamo e in cosa crediamo. Uno scandalo che viene affrontato con onestà, mostrando non solo il dolore delle vittime  e dei loro familiari, ma anche come questo “tradimento” della fiducia mina non solo le certezze di chi crede, ma le fondamenta su cui poggia l'intera comunità. Un tradimento che riguarda anche la  società laica e lo stesso giornalismo. L'omertà  infatti,  coinvolge anche quest'ultimo,  sempre più criticato per conformismo,  superficialità o addirittura contiguità con i poteri forti... Il racconto di questa vicenda deve far riflettere tutti,  perché è utile ricordare che spesso il giornalismo è il problema, ma  anche la soluzione. (S.I.)

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