Sala consiglio di Palazzo Antonelli gremita, questa mattina, sabato 4 maggio, per il conferimento della cittadinanza onoraria a Marcello Martini. Grande emozione in tutti i presenti nel racconto di quei drammatici giorni nel campo di concentramento. «Marcello Martini è stato il più giovane deportato politico italiano, sopravvissuto all'orrore di Mauthausen - scrive il consigliere delegato alla cultura del Comune, Claudio Bethaz - è stato emozionante ascoltare ancora una volta la sua voce ricordare le tragedie del passato per cercare di spingere i giovani a costruire un mondo senza odio e ingiustizie. Grazie a persone come lui siamo più liberi e consapevoli. Impegniamoci perché quello che Marcello Martini ha passato non capiti mai più».

Tramite l'ex Senatore Eugenio Bozzello è poi arrivata una lettera della Senatrice Liliana Segre. «Oggi, in questa nostra Repubblica, in questo 4 Maggio, festeggiamo a Castellamonte una persona  speciale, che merita davvero questo importante riconoscimento - spiega Bozzello - grazie Marcello Martini per tutto quello che hai fatto e che ancora farai per molti anni: fondamentale è portare ai giovani, che non hanno vissuto quel terribile periodo, la tua preziosa testimonianza. Devono capire cosa è avvenuto un secolo fa, perché l’importanza di ricordare il passato, soprattutto attraverso esperienze vissute, tiene viva la memoria affinchè non si ripetano più gli stessi errori».

Toccante la lettera di Liliana Segre. «Quella di Marcello Martini è una storia emblematica del nostro novecento. Antifascista, vive l'esperienza terribile dei campi di concentramento nazisti, riesce a sopravvivere, torna in Italia, si laurea in chimica, trascorre una vita di impegno professionale e civile. La sua esperienza negli anni peggiori della seconda guerra mondiale incrocia per molti versi la mia, per cui capite che è con particolare trasporto che partecipo idealmente alla vostra cerimonia di Castellamonte. Io fui per perseguitata con la mia famiglia per la sola colpa di essere nati ebrei, prima dell'Italia delle ignobili leggi razziste approvate dal fascismo poi con la deportazione in un campo di sterminio. Anch'io come Martini ho il mio numero tatuato sul braccio. Anch'io, infine, ho dovuto partecipare ad una terribile marcia della morte. Fu una strage. Partimmo in 58000: arrivammo al campo in 300. Nei primi giorni di aprile un gruppo di prigionieri di guerra francesi, vedendoci nello stato in cui eravamo, ci disse: "Cercate di non morire, tenete duro, stanno arrivando russi e americani". Pare facile non morire in quelle condizioni... Razzolando nel letamaio dei contadini, mangiando erba, sbranando cavalli morti. Con un freddo tale che al mattino ci svegliavamo ricoperti di ghiaccio. Finalmente giunse il Primo Maggio in cui vedemmo gli americani. Anche Martini in quei giorni tornò ad essere un uomo libero. Ecco, vorrei concludere abbracciando idealmente Marcello Martini e tutti voi e ricordando il perenne monito di Primo Levi: "È accaduto, può accadere ancora". Mai dimenticare, mai voltarsi dall'altra parte, mai restare indifferenti, perché i pericoli del razzismo, dell'antisemitismo, della xenofobia sono sempre incombenti e di pace e democrazia c'è sempre un rinnovato bisogno».

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