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CANAVESE - Dal Canavese, e in particolare dalla zona del chivassese, emerge un’altra vicenda di un padre che sta lottando con tutte le sue forze da quasi 18 anni per riavere con sé la propria figlia. L’uomo, professionista laureato, stimato e senza precedenti, si trova invischiato tra le spire dei tempi lunghissimi della burocrazia e della giustizia. Esasperato da un’impasse che non sembra volersi sbloccare, ha preso carta e penna e scritto alla nostra redazione, per raccontare il suo calvario e chiedere aiuto.

«Nel 2007 è nata mia figlia. Immediatamente dopo il suo arrivo sono iniziati i problemi con la mia ex moglie – spiega l’uomo - La mamma manifestava un attaccamento eccessivo nei confronti della bambina, che pretendeva essere rimessa esclusivamente alla sue cure, estromettendomi da qualsiasi forma di accudimento della piccola. Ero “invitato” a non intervenire. Nel corso degli anni la situazione è peggiorata. Mia figlia cresceva senza che io potessi giocare da solo con lei, uscirci insieme, farle un bagnetto. Soltanto sporadicamente potevo darle un bacio, mai sul viso (soltanto sulla nuca), né potevo avvicinarmi e prenderla in braccio liberamente e serenamente. Ero preoccupato per la crescita e lo sviluppo di mia figlia e ho richiesto una terapia psicologica privata a cui mia moglie non ha voluto partecipare. Poi mi sono rivolto ad uno psicologo dell’età evolutiva della Asl To4, informando del comportamento della madre anche il medico di base e la pediatra. Alla fine su consiglio dello psicologo del Servizio Sanitario locale, mi sono rivolto ai Servizi Sociali. A quel punto la mia ex moglie per paura di perdere la figlia, si è inventata un mio presunto abuso sulla bimba e per impedirmi per sempre, ingiustamente, di vederla mi ha denunciato per presunte violenze psicologiche e fisiche, pur non avendo mai avuto alcuna prova in suo favore».

Per queste denunce, il padre dal 2011 viene così costretto a vedere per più di cinque anni la figlia in luogo neutro, visto che le accuse da parte della moglie portano l’avvio di un procedimento penale terminato nel 2015 con l’assoluzione in formula piena dell’uomo. Nell’attesa per tutelare la propria figlia, il canavesano, pensando di fare il bene della piccola e anche il suo, chiede ai giudici che sia data in affidamento familiare alla propria sorella e così avviene. La situazione però non migliora, anzi. Nel 2014-2015, nonostante l’assoluzione in formula piena, il padre per incontrare la figlia è costretto fino al 2016 dai Servizi sociali alle visite «in luogo neutro». Quando la bambina ha ormai nove anni, il Tribunale di Torino, che si occupa del procedimento di separazione dei coniugi, «liberalizza» al padre quattro ore di visita continuative con la figlia alla settimana, sempre il mercoledì: «Per otto lunghi anni mai un Natale, mai un compleanno, mai un weekend, mai una festa… sempre solo le quattro ore del mercoledì – sottolinea l’uomo - Cosa era successo? Mia sorella continuava a mettermi in cattiva luce. Mi fanno sapere, con gusto sadico, che mia figlia ha dichiarato che il suo più grande desiderio è non vedermi più. Eppure nelle ore che la ragazzina trascorre con me si mostra felice, a suo agio. Ho fatto anche grande album di foto, dove ritraggono lei contenta, sorridente, a cavallo, in bici, a fare trekking. Nessun assistente sociale e nessun giudice accetta di guardare quelle fotografie. Mio padre e mia madre hanno più volte chiesto invano ai giudici di essere ascoltati per testimoniare che la figlia, mia sorella, ostacolava il riavvicinamento padre-figlia».

Alla fine nel 2016 il padre presenta ricorso alla Corte d’Appello del Tribunale di Torino per ottenere un ampliamento delle visite, la Corte delega i servizi sociali affinché eseguano ma, di fatto, non è mai avvenuto come ci dice l’uomo: «I Servizi territoriali competenti non rispondono, non si fanno più trovare; totale inerzia e silenzio da parte degli assistenti sociali incaricati dal giudice a trattare la mia vicenda familiare. Nell’anno 2021 perviene la decisione della Corte Suprema di Cassazione che accoglie le mie richieste riscontrando evidenti “irregolarità” dell’affidamento familiare, motivazioni per cui viene rinviata la rivalutazione del caso alla Corte d’Appello. Anche la Commissione Parlamentare sugli Affidi si è occupata del mio caso e nella sua relazione conclusiva ha scritto “che è evidente che nel tempo trascorso il rapporto genitore-figlio non sia stato tutelato e che sarà impossibile recuperare gli anni persi ingiustamente”».

Non finisce qui, purtroppo per l’uomo. «Il dramma continua dopo diciassette anni di lotta, centomila euro spesi e una famiglia distrutta. Mio padre è stato messo in disparte, e da due anni gli viene impedito di incontrare ed avere una relazione affettiva con la nipote – conclude il padre canavesano – Ho anche denunciato gli assistenti sociali per i reati di falso ideologico in atto pubblico e frode processuale. Ma è tutto fermo in Procura a Ivrea. Anzi, nel 2022 la Corte d’appello ha stabilito che non potrò più vedere mia figlia fin quando non sarà maggiorenne, senza alcuna valutazione medica o altri elementi di fatto, sostenendo che avrei “gravissimi ed inemendabili limiti personali, carenze oltre al danno già provocato nella figlia, e alla assenza di indicatori di una minima possibilità di collaborazione, stante l’atteggiamento ostativo e rivendicativo”. Sono senza parole. Per tutti questi anni non ho fatto altro che, per tutelare i diritti di mia figlia, invocare oltre il rispetto delle leggi sull’affidamento familiare anche il dovuto aiuto e sostegno da parte dei servizi sociali e della famiglia affidataria. Il Tribunale dei Minori invece ha fatto decadere la mia responsabilità genitoriale. Ora il prossimo tentativo sarà di sottrarmi per sempre mia figlia, che a marzo sarà maggiorenne. Non mi arrendo, però. Continuerò a difendere l’affetto per lei. Io voglio solo che emerga la verità e sia fatta giustizia».