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Tre cifre, nessuna vocale: chiunque abbia mai cliccato un link sbagliato si è trovato di fronte al “404 Not Found”, l'errore più famoso del web. Dietro quella scritta si nasconde meno mistero di quanto vent'anni di leggenda metropolitana abbiano voluto far credere, e la sua vera storia è molto più semplice.

Il 404 fa parte della numerazione standard del protocollo HTTP, il sistema con cui ogni richiesta al server riceve in risposta un codice numerico. La prima cifra indica la categoria dell'errore: i codici che iniziano per 2 segnalano richieste andate a buon fine e restano invisibili a chi naviga, quelli che iniziano per 4 riguardano invece problemi legati al client, cioè a chi ha effettuato la richiesta.

Il “403 Forbidden” compare quando una richiesta legittima viene respinta dal server, mentre il “404”, il più celebre di tutti, significa semplicemente che la risorsa cercata non è stata trovata, ma potrebbe tornare disponibile in futuro.

Attorno a queste tre cifre si è costruita nel tempo una mitologia tanto affascinante quanto infondata. La versione più diffusa racconta che il numero derivi dalla stanza 404 del “CERN” di Ginevra, quella che avrebbe ospitato i primi server del web, e lì avesse sede l'ufficio di Tim Berners-Lee, l'inventore del “World Wide Web”, il quale però vi si sarebbe presentato assai di rado.

Una storia perfetta, se non fosse completamente inventata: al CERN non è mai esistita una stanza con quel numero, e il primo ufficio numerato al quarto piano dell'edificio in questione aveva il numero 410.

A demolire pazientemente il mito ci ha pensato più volte Robert Cailliau, pioniere della struttura ipertestuale insieme a Berners-Lee, spiegando che quando si scrive il codice di un nuovo sistema non si perde tempo a comporre messaggi elaborati per ogni possibile errore: gli errori lato client vennero semplicemente raggruppati nell'intervallo dei 400, e il 404 toccò per assegnazione pratica alla categoria non trovata.

Cailliau, interpellato più volte sulla questione nel corso degli anni, ha mostrato una certa insofferenza verso l'argomento, arrivando a leggere nella persistenza del mito una più ampia inclinazione umana verso la fiaba a scapito dei fatti.

Eppure, nonostante un’origine priva di qualunque fantasiosa, il 404 è diventato negli anni una superficie su cui i brand hanno costruito relazioni con il pubblico. La pagina di errore di Pixar mette in scena “Tristezza”, personaggio di “Inside Out”, con un testo costruito sullo stesso lessico del film, quella di “Shutterstock” ha scelto l'immagine di un bambino che fruga sotto il letto in cerca di qualcosa, e persino una campagna presidenziale americana ha usato il proprio 404 come autoironia.

Già nel 2012, durante un TED Talk dedicato proprio a questo tema, l'ex responsabile di un incubatore tecnologico aveva sintetizzato il paradosso: l'errore genera nell'utente la stessa sensazione fastidiosa di un'interruzione brusca, ma i momenti costruiti con cura attorno a quella frustrazione possono trasformarsi in un'occasione di affetto verso il marchio più che di abbandono.

C'è però un motivo più profondo per cui il 404 merita ancora attenzione, perché il codice resta una delle poche reliquie informatiche a ricordarci quanto il web, nonostante tutto, sia ancora un'infrastruttura costruita da esseri umani per altri esseri umani, fatto di link che si rompono, permessi che saltano e indirizzi digitati male. Ed il tenero 404 si è guadagnato sul campo il valore di un piccolo monumento: la prova da qualche parte dietro lo schermo un errore può ancora essere umano, anche quando a incontrarlo per primo è un bot.