Entrare in una camera d’albergo dopo un lungo viaggio dovrebbe regalare una certezza minima e rassicurante: un letto, una doccia calda e – piccolo dettaglio non negoziabile – un bagno con una porta.
Una certezza che sta evaporando, perché sempre più spesso, al posto di una solida barriera che garantisca la necessaria intimità, gli ospiti devono vedersela con vetri smerigliati, tende svolazzanti o perfino il nulla.
La conferma arriva anche da un’inchiesta del “Wall Street Journal”, che parla di un trend globale in rapida diffusione. Purtroppo.
La spiegazione ufficiale è il design contemporaneo, fatto di spazi aperti, luce naturale e atmosfera da loft newyorkese. Quella reale, al contrario, è molto più prosaica: eliminare la porta del bagno significa risparmiare.
Meno materiali, meno manutenzione, meno maniglie da sostituire, meno lampadine accese in bagni ciechi. In un settore schiacciato da margini sempre più sottili, con i costi dell’energia in aumento e i viaggi d’affari mai tornati ai livelli pre-pandemia, anche una porta diventa una voce da tagliare.
Secondo diversi esperti citati dalla stampa americana, rinunciare a una separazione “vera” permette anche di velocizzare le pulizie: il personale ha tempi strettissimi per rimettere in ordine una stanza e meno barriere significa risparmiare minuti preziosi. In altri casi, soprattutto nelle camere più piccole, le porte tradizionali sono considerate ingombranti e poco pratiche rispetto a soluzioni scorrevoli o perfino all’assenza totale di soluzioni.
Il problema è che i clienti, a quanto pare, non gradiscono l’idea di condividere suoni, odori e momenti privati con il proprio compagno di viaggio. E lo fanno notare attraverso forum, recensioni e social network che pullulano di racconti imbarazzanti, come viaggi romantici messi a dura prova da problemi intestinali, colleghi costretti a sincronizzare le uscite dalla stanza, tende trasparenti che non lasciano spazio all’immaginazione.
Da questo malcontento è nata anche una vera e propria campagna, chiamata “BringBackDoors”, guidata dall’influencer americana Sadie Lowell, che ha trasformato l’irritazione personale in una mappa globale degli hotel “senza porta”.
Sul suo sito e sui social ha catalogato più di 500 strutture, classificate in base al livello di privacy offerto, invitando i viaggiatori a informarsi prima di prenotare.
Il tema è diventato talmente popolare da finire anche nel repertorio del comico statunitense Fahim Anwar, che racconta sul palco la sua esasperazione davanti all’ennesima doccia separata da una parete simbolica, scatenando risate, applausi e l’immediata identificazione del pubblico.
Designer e architetti ammettono che vetri e porte scorrevoli isolano poco o nulla dal punto di vista acustico e olfattivo. Un dettaglio non irrilevante quando si divide la stanza con qualcuno con cui non si ha tutta la confidenza possibile.
La buona notizia invece è che qualcosa si sta muovendo, con i bagni completamente a vista o separati da tende trasparenti che stanno lentamente perdendo terreno.
Le lamentele degli ospiti cominciano a pesare e molti progettisti stanno virando verso compromessi più sensati, optando per porte scorrevoli opache, vetri lavorati ma non trasparenti e zone “umide” meglio delimitate.








