Nimis è una piccola frazione di Monteprato, comune in provincia di Udine: 85 abitanti a 566 metri sul livello del mare che d’estate, specie quando il caldo arroventa le città, si prodigano per accogliere i turisti in arrivo da mezza Italia e un quarto d’Europa. Gente che è lì in vacanza e ha voglia di divertirsi, e per cui bisogna organizzare qualcosa: una rassegna estiva con un po’ di musica e qualche panozzo, oppure buttarsi sul classico con musica da camera e teatro impegnato. O ancora, ultima scelta: scadendo un po’ di livello.

A Nimis da tempo hanno scelto la terza via, come dimostrato ampliamente dalla “Gara di mangiatrici di banane”, evento clou del 2 agosto, festa degli uomini. Da quelle parti non è una novità, la gara è nata addirittura negli anni Settanta senza nascondere la voglia di mettere in piedi una goliardata pura attingendo addirittura ad una fantomatica antica leggenda del luogo. Ma in tempi come questi, dove il “MeeToo” e il politicamente corretto stanno ridefinendo ciò che si può o non si può dire, la notizia della competizione ha scatenato il putiferio.

Nell’ordine, sono scese in campo prima le autorità regionali friulane per segnalare un “gravissimo abbassamento culturale”, con una locandina che “mortifica e infierisce sul sacrosanto diritto delle donne a non essere soggette a violenza, nonché ridicolizzate e banalizzate”. Di seguito è partita una petizione online che chiedeva la cancellazione della gara, a cui pare ha messo la propria firma anche Patrick Zaki, lo studente egiziano specializzato in studi di genere, a cui è tutt’ora negata la possibilità di tornare all’università di Bologna.

Più cauto il parere di alcuni esperti in sessuologia, che invitano a “vivere e vedere la sessualità con meno moralismi e più leggerezza”. In pratica: le ragazze che hanno piacere di mangiare una banana in pubblico sono libere di farlo, e non per questo vanno colpevolizzate o additate. “Un po’ di leggerezza ci può stare: usciamo dal meccanismo dell’uomo in posizione dominante e la donna vittima predestinata. È un gioco, e ognuna di loro è libera di decidere cosa fare o non fare: i problemi fra i due sessi ci sono ancora, ma non è eliminando una manifestazione che li risolveremo”.

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