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Ci sono oggetti che si comprano per caso senza che nessuno li abbia scelti con cura, eppure resistono più di tutto il resto. La leggendaria borsa blu di IKEA è una di quelle presenze silenziose che attraversano le generazioni senza chiedere attenzione, salvo poi rivelarsi indispensabili.

Ora, però, quella stessa borsa — la “FRAKTA”, per chiamarla con il suo nome ufficiale — sta per cambiare pelle. Da quest’anno, il modello classico verrà progressivamente ritirato e sostituito da una nuova versione. Non sarà un addio, ma una trasformazione, ma come tutte le rivoluzioni che riguardano le icone, fa più rumore di quanto sembri.

La FRAKTA è ovunque e, paradossalmente, non si vede: è nel bagagliaio dell’auto “per ogni emergenza”, piegata sotto il letto, infilata nel fondo di un armadio. Pronta a riemergere nei momenti di crisi logistica come un trasloco, una spesa ingombrante, una giornata al mare.

È l’anti-status symbol per eccellenza: economica, indifferente alle mode, immune al giudizio e proprio per questo democratica.

Mentre la maggior parte degli oggetti nascono per essere desiderati, la borsa blu ha l’obiettivo di essere usata senza alcun riguardo. È stata caricata di libri, vestiti, stoviglie, giocattoli, cibo, piante e persino animali. Ha fatto da valigia, da cesto e da contenitore universale attraversando città, cantine e scale senza ascensore, e quasi sempre ne è uscita vincitrice.

Come spesso accade con le invenzioni migliori, l’idea non nasce da un colpo di genio artistico, ma da un problema pratico. Negli anni in cui IKEA iniziava a vendere sempre più oggetti di piccole e medie dimensioni, i clienti si ritrovavano letteralmente a mani piene: i cestini non bastavano e l’esperienza d’acquisto si inceppava.

Fu Ingvar Kamprad, fondatore del marchio, a intuire che la soluzione non era vendere meno, ma far trasportare meglio. Da qui l’idea di una borsa enorme, resistente ed economica.

Il materiale arrivò da lontano: il polipropilene usato per i sacchi di riso asiatici. Leggero, impermeabile e capace di reggere carichi importanti, come dimostrato dal test di resistenza — ormai diventato parte del mito aziendale — che parlava chiaro: se regge una persona adulta, reggerà qualsiasi acquisto.

Il nome scelto, FRAKTA, non lasciava spazio a interpretazioni: in svedese significa “trasportare”.

Per anni la borsa blu è rimasta uno strumento, esattamente ciò che doveva essere, poi qualcosa è cambiato, perché a forza di essere ovunque, di attraversare contesti e culture, FRAKTA ha smesso di essere solo utile ed è diventata così riconoscibile da diventare un simbolo.

Designer, artisti e creativi hanno iniziato a giocarci, e IKEA stessa ne ha autorizzato reinterpretazioni e collaborazioni, fino a quando il mondo della moda ha deciso di prenderla sul serio.

Nel 2017 una versione in pelle blu firmata “Balenciaga” ha fatto il giro del mondo, trasformando un oggetto da pochi euro in una provocazione di lusso. Poco dopo, Virgil Abloh ha confermato che la borsa blu era ormai entrata nel linguaggio visivo globale.

IKEA, dal canto suo, ha sempre risposto con ironia, come la memorabile “guida” per distinguere l’originale dalle imitazioni: se costa pochissimo, se fruscia, se si lava con una spugna e non ha paura di nulla, allora è lei.

In un’epoca in cui tutto cambia di continuo, FRAKTA è rimasta ostinatamente uguale: stesso colore, stessa forma e stessa funzione, un oggetto affidabile in un mondo che chiede di continuo aggiornamenti.

IKEA non ha ancora mostrato il nuovo modello: si parla di colori diversi, linee aggiornate e un’estetica più contemporanea. Le icone, per sopravvivere, devono saper cambiare.