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Osservare un gate nei minuti successivi all'annuncio dell'imbarco è un piccolo esperimento per misurare l'ansia sociale: file che si formano dal nulla, zaini sulle spalle, sguardi tesi verso l'addetto al microfono. Eppure, a dispetto di tutta questa energia, la ricerca sui sistemi di imbarco racconta una storia decisamente diversa.

L'imbarco moderno funziona attraverso gruppi e priorità fissate a monte dalla compagnia: arrivare tra i primi al gate non scavalca alcuna fase della procedura, perché ciascun passeggero viene comunque chiamato secondo l'ordine e i tempi già stabiliti.

C'è, sì, un motivo concreto dietro l'ansia da fila: quando l'aereo è pieno, gli spazi nelle cappelliere si riducono rapidamente, e chi arriva tardi rischia di veder finire il proprio bagaglio a mano in stiva. Ma anche ammettendo questo singolo vantaggio reale, resta difficile giustificare scientificamente la piccola frenesia collettiva che si scatena ogni volta davanti al varco.

Il vero ingorgo, semmai, si sposta più avanti: non fuori dall'aereo, ma lungo il suo corridoio. È qui che entra in gioco il lavoro dell'astrofisico Jason Steffen, oggi docente all'Università del Nevada di Las Vegas, che ha applicato modelli matematici mutuati dallo studio degli esopianeti al banale problema di far sedere centinaia di persone in un tubo di metallo nel minor tempo possibile.

La sua analisi, pubblicata per la prima volta nel 2008, ha mostrato come ogni passeggero fermo a sistemare una valigia o a orientarsi tra le file crei un piccolo effetto domino che rallenta chiunque si trovi dietro di lui: il corridoio, in altre parole, diventa semplicemente una fila spostata di qualche metro, non più fuori ma dentro la cabina.

La soluzione proposta da Steffen, oggi nota come “Steffen Method”, ribalta l'intuizione più comune. Anziché imbarcare per zone dal fondo verso la parte anteriore, il sistema fa salire prima i passeggeri seduti ai finestrini, saltando una fila su due e procedendo dal retro verso il muso dell'aereo su un lato, per poi ripetere lo schema sull'altro lato e infine occuparsi di posti centrali e corridoio. Il vantaggio è che più persone possono sistemare bagagli e accomodarsi in contemporanea, senza ostacolarsi a vicenda. Nei test condotti su una replica di Boeing 757, questo schema si è rivelato fino a due volte più rapido rispetto al classico imbarco a zone, e circa un quarto più veloce persino di un imbarco lasciato completamente al caso.

Proprio l'imbarco casuale nasconde una bizzarria che sorprende quasi tutti: diverse simulazioni mostrano che far salire i passeggeri senza alcun criterio spesso batte in velocità il sistema per zone dal fondo in avanti, perché evita l'affollamento tipico di chi si accalca tutto insieme nelle ultime file. Lo stesso Steffen ha osservato, non senza una punta di sarcasmo, che persino un semplice via libera generale, senza alcuna sequenza organizzata, produrrebbe risultati migliori di molte procedure oggi in uso.

Se la scienza ha individuato alternative più efficienti da quasi due decenni, resta da capire perché le compagnie aeree continuino a preferire metodi più lenti. La spiegazione, secondo diversi analisti del settore, ha poco a che fare con l'ottimizzazione dei tempi e molto con i ricavi: le zone di imbarco prioritario, vendute come opzione a pagamento o offerte come premio fedeltà, generano un flusso economico che compensa ampiamente i minuti persi a terra. Velocizzare l'imbarco, insomma, non è mai stato davvero l'obiettivo primario delle compagnie, quanto un effetto collaterale trascurabile rispetto a una strategia pensata soprattutto per vendere priorità.

Alla base della corsa al gate, allora, resta soprattutto un meccanismo psicologico più che logistico: la sensazione di guadagnare un vantaggio sugli altri passeggeri, per quanto quasi sempre illusoria. Un vantaggio che, per giunta, si traduce spesso solo nel privilegio di restare seduti più a lungo, magari alzandosi ripetutamente per far passare chi sale dopo. La prossima volta che l'altoparlante annuncia l'imbarco, forse vale la pena restare seduti ancora un minuto: tanto il gate non andrà da nessuna parte.