Sushi, ramen e udon hanno impiegato decenni per entrare stabilmente nelle abitudini alimentari italiane, ma il katsu-sando ci ha messo molto meno: negli ultimi mesi il panino giapponese è diventato uno degli oggetti gastronomici più discussi tra Milano e Roma, conteso tra chi lo considera l'erede naturale dello smashburger e chi lo paragona a un tramezzino evoluto. Nessuna delle due letture coglie fino in fondo la sua storia, che affonda le radici in Giappone da quasi un secolo.
Il nome nasce dalla fusione di due termini giapponesi: “katsu”, abbreviazione di katsuretsu, cioè cotoletta, e “sando”, riduzione della parola sandwich. Le origini risalgono al periodo Meiji, tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando il Giappone si aprì alle influenze occidentali e importò le prime cotolette impanate, preparate inizialmente con carne di manzo.
La versione con il maiale, il “tonkatsu”, si sarebbe poi affermata come uno dei piatti cardine della cucina popolare giapponese. Inserirlo tra due fette di pane rispondeva a un'esigenza pratica: offrire ai lavoratori un pasto veloce da consumare anche fuori casa.
Una delle prime testimonianze documentate del tonkatsu servito come sandwich risale al 1929, quando nei grandi magazzini “Mitsukoshi” di Tokyo un ristorante di cucina occidentale lo inserì nel proprio menu. La diffusione su larga scala arriva però nel dopoguerra, quando l'influenza statunitense rende sempre più diffusi i pasti rapidi e il katsu-sando, da cibo dei quartieri popolari, si trasforma in prodotto di consumo quotidiano, venduto nei supermercati e nei konbini, dove resta tuttora uno degli snack più riconoscibili della cultura gastronomica giapponese.
La ricetta si basa su tre elementi in equilibrio tra loro. Il primo è lo “shokupan”, il pane bianco giapponese dalla consistenza morbida e soffice, che avvolge una cotoletta di maiale impanata nel “panko”, il pangrattato giapponese, e fritta fino a ottenere una crosta croccante. Completa il tutto la salsa “tonkatsu”, densa e agrodolce. Il risultato è un contrasto calibrato tra morbidezza e croccantezza, servito solitamente già tagliato in rettangoli regolari, un dettaglio che ne ha favorito la diffusione sui social, dove l'estetica ordinata si presta particolarmente bene alla fotografia. Nella sua versione originaria resta un piatto essenziale, ma le reinterpretazioni europee ne hanno fatto un terreno di sperimentazione, con varianti che si allontanano progressivamente dalla ricetta tradizionale.












