LA STORIA – Rob Pope, il vero Forrest Gump

Il 15 settembre 2016, Rob Pope, un veterinario inglese di Liverpool, si è seduto sulla sedia di “Fluke’s Barbers” di Mobile, Alabama, per farsi tagliare i capelli. “Allora, come li vuoi?”, gli chiede il barbiere. “Come lui”, risponde Pope mostrando una foto di Forrest Gump, il protagonista dell’omonimo film del 1994 interpretato da uno straordinario Tom Hanks.

Per Rob Pope, quello era il punto di partenza di un viaggio attraverso l’America che pianificava da anni. Ma erano serviti tempo e pazienza: con un lavoro da veterinario che lo impegnava per 13 ore al giorno, cinque giorni alla settimana, la voglia di scappare era ormai impossibile da tenere a bada. Si era licenziato e, insieme alla sua compagna e collega Nadine, aveva scelto i grandi spazi americani.

Aveva dentro il seme di quest’avventura che era stato piantato nel 2002, l’anno in cui Cathy, la mamma di Pope, era morta di cancro. Ex ufficiale scientifico in un laboratorio medico militare, sua mamma era un genitore single che ha cresciuto Rob passandogli la sua passione: la corsa.

Anche Rob aveva dimostrato di essere una promessa fin dai tempi della scuola, quando partecipava alla tanto temuta corsa campestre vincendola regolarmente. Ben presto, le corse diventano maratone, tantissime. E poco prima di morire, mamma Cathy gli lascia un compito in eredità: “Fai una cosa nella tua vita che faccia la differenza”.

Parole che risuonavano nella sua mente mentre sedeva in quel negozio di barbiere dell’Alabama. Quando è uscito, vestito dalla testa ai piedi con l'abbigliamento di Gump - pantaloni chino, camicia a quadri e un paio di scarpe da ginnastica Nike Cortez bianche nuove di zecca - ha indossato il suo berretto rosso “Bubba Gump Shrimp Co” e ha iniziato a correre. E come Forrest Gump, non si è fermato finché non ha attraversato l’America quasi cinque volte.

Forrest, personaggio liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Winston Groom, per vincere la tristezza di non riuscire a conquistare Jenny, l’unica donna che abbia mai amato, in una delle scene centrali del film si alza di scatto dalla veranda di casa sua, nelle campagne di Greenbow, Alabama, e corre fino alla fine della strada, poi arriva alla fine della città, attraversa l’Alabama e continua a correre raggiungendo l’oceano. Una volta lì pensa: “Visto che sono andato così lontano, tanto vale girarsi e continuare a correre”. Raggiunge l’altro oceano, poi si gira e corre di nuovo indietro. Come dice il film, corre per tre anni, due mesi, 14 giorni e 16 ore, e ormai è diventato suo malgrado un personaggio acclamato ovunque, un predicatore silenzioso che attira folle di gente convinta che nella sua corsa infinita si nascondano messaggi all’umanità, che in realtà non esistono.

Quando Rob Pope vede la scena, si chiede: sarebbe davvero possibile? La risposta è sì, anche se non l’impresa di Forrest, quella è umanamente impossibile da replicare.

Eppure, la prima traversata a piedi dell’America risale al 1896: affidata ai piedi di Helga Estby, un’immigrata norvegese di Spokane, Washington, che per 10.000 dollari scommette di poter arrivare a New York City in sette mesi insieme a sua figlia Clara. Camminano per una cinquantina di km al giorno consumando 32 paia di scarpe, ma quando arrivano a destinazione scoprono che i soldi promessi non ci sono.

Nel 1909, Edward Payson Weston, un’arzilla signora di 70 anni, si imbarca nella prima traversata coast-to-coast coprendo la distanza in 100 giorni. Diventa una celebrità, ma soprattutto scatena la voglia degli americani di attraversare il proprio Paese a piedi.

Secondo lo storico Martin Huber, il boom di “American-crossing” si registra negli anni ’70, con punte di eccellenza come Frank Giannino Jr, un venditore di scarpe che nel 1980 attraversa gli States stabilendo il record di 46 giorni, otto ore e 36 minuti. Un primato battuto soltanto nel 2016, quando Pete Kostelnick, l’attuale detentore del record, completa la corsa in 42 giorni, sei ore e 30 minuti.

Esempi che hanno ispirato Rob Pope e trovano posto nelle pagine di “Becoming Forrest”, il libro in cui racconta la sua epica avventura e la bellezza di vivere l’America in questo modo. Preparando l’impresa, Pope scopre di non essere l’unico a subire il fascino di questa prova al limite della sopravvivenza: online trova suggerimenti sul percorso e addirittura individua tutti i principali punti di riferimento del film, calcolando la corsa di Forrest Gump in 24.500 km. “Il che è ovviamente ridicolo: nessuno ha mai corso così tanto in una volta sola”.

Ma se Rob doveva rispettare la richiesta di sua madre, sentiva di dover fare le cose in grande. A 38 anni parte da Mobile, Alabama, dedicando i successivi 18 mesi alla corsa, punteggiati solo da brevi ritorni nel Regno Unito per rinfrescare il suo visto. Seguito da Nadine in camper, senza sponsor e con un budget limitato, corre per 65 km al giorno iniziando al mattino, dopo un’abbondante colazione. La notizia del suo viaggio pian piano si sparge e sono diversi i centri che accolgono il suo passaggio urlandogli “Run, Forrest, Run”.

Tanta l’umanità che incontra lungo la strada: gente che lo ospita a casa, gli offre cibo e bevande, lo segue per qualche km raccontandogli sogni, desideri e problemi.

Poi, proprio come Forrest, di colpo Rob capisce che è arrivato il momento di fermarsi: ha corso per 422 giorni coprendo 15.621 km con 33 paia di scarpe. Ma soprattutto sta nascendo sua figlia e vuole chiedere la mano della sua Nadine. È l’infallibile cerchio della vita che non cambia mai, a piedi o di corsa.