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Il rientro dalle ferie racchiude sempre con sé lo stesso rituale: la certezza che a soffrirne sia "un italiano su tre". Il problema è che quel 35%, citato ormai da oltre un decennio e attribuito quasi sempre all'Istat, l’istituto di statistica che misura viaggi, spesa e destinazioni ma non lo stato d'animo di chi il lunedì successivo deve rispondere alle email arretrate.

Ma parallelamente circolano altre stime, tutte diverse tra loro e citate alla bisogna: dal 45% attribuito dalla Società Italiana di Endocrinologia fino a una mappa regionale del “Centro Studi Pool Pharma”, che oscilla dal 53% della Lombardia al 14% della Sardegna.

Il fenomeno però esiste, semplicemente non ha ancora trovato un censimento che gli faccia onore. Non si tratta di una diagnosi: la sindrome da rientro non compare nel manuale diagnostico dell'American Psychiatric Association, e la letteratura scientifica la tratta come una normale reazione di adattamento a un cambio repentino di ritmi.

L'idea che le vacanze finiscano male almeno quanto iniziano bene non è nemmeno nuova: la prima descrizione risale addirittura al 1955, quando la “Psychoanalytic Review” pubblicò uno studio su una sindrome legata al “Giorno del Ringraziamento” negli Stati Uniti, la prova che rientrare in ufficio dopo il tacchino turba l'animo umano da più di 70 anni.

I dati solidi, quelli che meritano di essere presi sul serio, arrivano dalla psicologia del lavoro più che dalle statistiche generaliste. La meta-analisi di Jessica de Bloom e colleghi, pubblicata sul “Journal of Occupational Health”, ha passato in rassegna sette studi misurando un miglioramento significativo del benessere durante le ferie, seguito puntualmente da un tracollo di segno opposto al rientro al lavoro.

Un’analisi più recente, firmata da Wendsche e colleghi nel 2023 su “European Psychologist” e basata su tredici studi per un totale di 1.428 partecipanti con vacanze durate in media 11 giorni, conferma il quadro pur ridimensionando l'effetto: il miglioramento resta misurabile su umore, stress ed esaurimento, mentre la soddisfazione generale per la propria vita non cambia in modo significativo. Detto in altro modo: la vacanza funziona benissimo finché dura, ma smette di produrre effetti quasi subito dopo l'ultimo giorno di ombrellone.

Il fenomeno non è un'esclusiva italiana, nel Regno Unito circola da anni una cifra diversa ma altrettanto rotonda che il 57% dei viaggiatori dichiara di aver sperimentato il “post-holiday blues”, mentre negli Stati Uniti un sondaggio del 2023 condotto su oltre 1.000 lavoratori a tempo pieno racconta di cali di motivazione, tristezza e nostalgia da viaggio, con più della metà degli intervistati che ammette di aver preso in considerazione l'idea di licenziarsi proprio nei giorni immediatamente successivi al rientro.

Sul fronte pratico, le indicazioni convergenti di psicologi e ricercatori restano piuttosto semplici da mettere in pratica, anche se la tentazione di ignorarle resta forte quanto quella di prenotare subito il prossimo viaggio.

Tornare a casa almeno un giorno prima della ripresa del lavoro aiuta a smaltire il salto, così come riportare rapidamente il sonno agli orari abituali invece di prolungare la resistenza notturna da vacanza.

Ripartire dalle attività più semplici anziché tuffarsi subito nell'arretrato, inserire pause brevi ogni ora e mezza nei primi giorni e, soprattutto, mettere già in calendario la pausa successiva sembrano le mosse più efficaci per attutire il contraccolpo, insieme al mantenere qualche abitudine scoperta durante le ferie, che si tratti di una camminata mattutina o di un hobby ritrovato lontano dalla scrivania.

Chi si affida invece al proprio numero preferito, che sia il 35% italiano, il 45% degli endocrinologi o il 57% britannico, dovrebbe forse ricordare che l'unico dato davvero solido, confermato da studi indipendenti condotti su continenti diversi con metodologie diverse, è più semplice di qualunque percentuale: le vacanze fanno bene, il rientro fa male, e nessuna cifra tonda cambierà il fatto che il vero problema non è la vacanza che finisce, ma i primi sette giorni che seguono.