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Da qualche parte, in questo momento, qualcuno sta mangiando un'insalata scondita odiando ogni singolo boccone. Da qualche altra parte, qualcun altro sta rinunciando alla pasta per la terza settimana consecutiva convinto che sia questo il segreto.

Oggi, 6 maggio, è il “No Diet Day”, ricorrenza internazionale nata nel 1992 grazie a Mary Evans Young, femminista britannica che aveva vissuto in prima persona l'anoressia e il bullismo legato al peso.

Organizzò un picnic a Londra, coniò lo slogan “Ditch That Diet” e trasformò il suo malessere personale in un problema collettivo, in un'epoca in cui di disturbi alimentari non si parlava.

Da allora la giornata ha attraversato decenni e trasformazioni culturali: negli anni Novanta denunciava l'industria della magrezza, nei Duemila entrava nel discorso sui disturbi alimentari, negli anni Dieci si sposava con la body positivity sui social. Oggi il No Diet Day ha una missione forse più urgente: smontare non tanto le diete drastiche, quanto il carico mentale che ci portiamo dietro ogni volta che ci sediamo a tavola.

Il cibo funziona per schieramenti e verdetti: alimenti buoni contro cibi cattivi, piatti permessi contro altri proibiti, sgarri e redenzioni. Una carico del senso di colpa travestito da stile di vita.

Il risultato è una generazione, anzi, ben di più, allenate a leggere un menu come se fosse un foglio d'imputazione. L’assurdo, ma assolutamente umano, è che più si restringe il campo dei cibi “permessi” e più cresce l'ossessione per quelli “proibiti”. Non è un'opinione ma quello che succede, puntualmente, ogni volta che qualcuno decide di eliminare i carboidrati per sempre o di non toccare un dolce fino a Natale. Il cervello umano non è fatto per rispondere agli ultimatum.

In realtà, raccontano gli esperti, non esistono alimenti intrinsecamente nemici della salute, ma proporzioni, tecniche e abbinamenti. Una carbonara può essere riformulata senza snaturarla, intervenendo sulle proporzioni per ridurre grassi e calorie senza toccare l'anima del piatto. Una frittura, con gli oli adatti, può assorbire meno grasso di quanto si pensi e conservare certi nutrienti meglio di cotture considerate virtuose per definizione. I carboidrati, abbinati con criterio a fibre solubili, smettono di essere la variabile impazzita della glicemia e diventano degli alleati.

Persino la lasagna, quella della nonna, può diventare compatibile con la salute di un paziente diabetico, se si interviene su tecnica e densità nutrizionale.

Due dietiste americane, Jennifer Rollin e Natalie Mokari, hanno proposto un test pratico per capire se la propria dieta è diventata un problema. Primo: quanto spesso pensate al cibo durante la giornata? Chi segue regimi molto restrittivi tende a essere in perenne negoziazione con se stesso su quello che ha mangiato e sui rimorsi.

Secondo: quanto siete rigidi nel seguire le vostre regole alimentari? C'è differenza tra avere abitudini alimentari solide e costruirsi una prigione di divieti da rispettare con scrupolo monastico. Terza domanda, solo all’apparenza banale, riuscite a mangiare “un po’” di quella cosa, senza che diventi un dramma esistenziale? Se la risposta all'ultima domanda richiede più di cinque secondi di elaborazione interiore, forse il problema non è nel piatto.

Il punto non è abolire qualsiasi attenzione a ciò che si mangia, quanto piuttosto distinguere tra una routine alimentare che funziona e un sistema di regole che logora. Le diete eccessivamente restrittive, oltre a essere spesso inefficaci sul lungo periodo, rischiano di aprire la strada a rapporti disfunzionali con il cibo, carenze nutrizionali e, nei casi più gravi, a veri e propri disturbi del comportamento alimentare. Porte che, una volta aperte, non si chiudono facilmente.

La parola dieta viene dal greco “díaita”: stile di vita, qualcosa di quotidiano e compatibile con l'esistenza di una persona reale.

Il No Diet Day, ogni anno, prova a restituirle questo significato originale ricordando anche che, quando il rapporto con il cibo diventa fonte di ansia cronica, il fai-da-te alimentare, fatto di app contacalorie, forum online e diete copiate da riviste, non è una soluzione, ma parte dello stesso problema. Rivolgersi a un professionista non è una resa, ma l'unico modo per costruire qualcosa che duri più di tre settimane e non lasci danni collaterali.

Il che non significa mangiare tutto e sempre senza criterio, né che la salute sia un dettaglio trascurabile. Significa smettere di trattare ogni pasto come una prova d'esame e ogni ingrediente come un testimone a carico. E significa, almeno oggi, mangiare la carbonara senza commentarla.