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La cialda o capsula del caffè ha sempre vissuto una doppia vita: oggetto di culto del rito mattutino e, subito dopo, rifiuto di serie B, buttato nell'indifferenziato insieme a tutto ciò che non si sapeva bene dove altro mettere.

Dal 12 agosto questa carriera da separata in casa finisce: il Regolamento UE 2025/40, noto agli addetti ai lavori come “Packaging and Packaging Waste Regulation” o più semplicemente “PPWR”, promuove ufficialmente cialde e capsule al rango di imballaggi veri e propri, con tanto di diritto alla raccolta differenziata. Un salto di categoria che l'Unione Europea persegue con l'obiettivo, tutt'altro che modesto, di tagliare la produzione di rifiuti fino al 15% entro il 2040.

La parte più sorprendente della novità riguarda un dettaglio che i consumatori attenti all'ambiente conoscono bene: fino a oggi chi voleva differenziare correttamente doveva prima svuotare a mano il fondo di caffè dalla capsula, un'operazione alquanto scomoda. Da agosto non sarà più necessario, perché la norma riconosce esplicitamente che questi imballaggi arrivano a fine vita quasi sempre ancora pieni, e li tratta di conseguenza.

Un caso più unico che raro nella storia della gestione degli imballaggi, per usare le parole di Michele Monzini, vicepresidente del “Comitato Italiano del Caffè di Unione Italiana Food”, che parla di un modello di responsabilità condivisa tra produttori, Conai e cittadini.

Le regole pratiche, però, restano tutt'altro che uniformi: le capsule in plastica, o in plastica con opercolo in alluminio, finiranno nella plastica, quelle in alluminio potranno andare nell'alluminio oppure nella plastica, a seconda di come il proprio Comune ha organizzato la raccolta, mentre le capsule compostabili e biodegradabili si potranno gettare nell'umido. Per le cialde il discorso è più semplice, almeno per chi ha già scelto prodotti compostabili: continueranno a finire nell'organico come sempre. Chi invece usa ancora cialde non compostabili, la classica carta filtro priva di certificazione, dovrà rassegnarsi all'indifferenziato fino all'agosto del 2028, quando anche questi ultimi prodotti dovranno adeguarsi, con due anni di tempo concessi ai produttori per rivedere i processi.

Le etichette sono il vero banco di prova dell'operazione. Ogni confezione dovrà riportare indicazioni chiare e uniformi su dove conferire capsule, cialde ed eventuali componenti separabili, ma l'armonizzazione grafica a livello europeo diventerà obbligatoria solo dal 2028.

Fino ad allora resterà in vigore un mosaico di regole comunali che, come ammette lo stesso Monzini, oggi cambia da territorio a territorio, per esempio sulla separazione tra plastica e alluminio applicata in alcune zone e ignorata in altre. L'ambizione è di arrivare ad un simbolo unico, leggibile allo stesso modo a Palermo come a Berlino.

Dietro le quinte, la partita si gioca soprattutto sugli impianti. Fabio Costarella, vicedirettore generale del Conai, ha spiegato a Repubblica che la vera sfida non è la disponibilità delle strutture, già esistenti e pronte a trattare i nuovi flussi, quanto la capacità del sistema di integrarli correttamente nelle infrastrutture già in funzione. Capsule e cialde hanno forme e dimensioni che complicano selezione e trattamento, al punto che oggi in diversi impianti finiscono ancora nel cosiddetto “sottovaglio”, cadendo attraverso le maglie della prima cernita meccanica e ritrovandosi di nuovo nell'indifferenziato. Per questo i consorzi Corepla e Ciak hanno avviato sperimentazioni in alcuni siti del nord Italia, mentre sul fronte del compostaggio organico la filiera è già capace di gestire l'imballaggio insieme al residuo di caffè.

Ma qualcuno ha anticipato i tempi: a Milano, da marzo, le capsule in alluminio si smaltiscono nel sacco della plastica grazie a un accordo tra Comune, Amsa, A2A Ambiente, Cial e Nespresso, che permette di recuperare il 100% del metallo con un risparmio energetico del 95% rispetto alla produzione da materia prima vergine.

Proprio Nespresso è tra i pionieri del settore: dal 2011 gestisce "Da Chicco a Chicco", programma di riciclo attivo ormai in 59 paesi attraverso le boutique del marchio. Lavazza, dal canto suo, ha lanciato lo scorso anno “Tablì”, una pastiglia di caffè macinato pressato priva di involucro, dieci anni dopo aver introdotto la prima capsula compostabile del mercato, nel marzo 2015.

Poche settimane dopo è arrivata quella di “Caffè Vergnano”, e la strada è stata seguita più di recente da “Caffè Borbone” con la linea “Le Compostabili”, confezionata in un incarto di plastica riciclabile al 100%.

I numeri in gioco giustificano l'attenzione: secondo alcune stime risalenti al 2010 e quindi probabilmente per difetto rispetto ai consumi attuali, si parla di un miliardo di capsule consumate ogni anno solo in Italia.

Ma la riforma non riguarda soltanto il caffè, dal 12 agosto scompaiono anche gli imballaggi monouso contenenti PFAS, comprese le bustine di ketchup e maionese, con l'eccezione degli ospedali.

Dal 2030 toccherà poi a buona parte degli imballaggi monouso della grande distribuzione, dai vassoi per frutta e verdura ai contenitori in plastica per i cosmetici da hotel.