“Darei la vita per non morire”, diceva ironicamente Jim Morrison, senza sapere che la morte lo avrebbe preteso quand’era ancora troppo giovane per andarsene. Una frase che a Bangkok, qualcuno ha preso alla lettera.

Visto da fuori sembra un bar come tanti altri, arredato in stile minimal con fiori, divani, poltrone e una vasca piena di pesci, ma ha una particolarità che lo rende unico: al centro della sala c’è un’inquietante bara bianca. Vuota, sia chiaro, perché è a completa disposizione di chiunque voglia provare l’ebrezza dell’ultimo viaggio. Ci si sdraia dentro, e mentre gli amici ci danno dentro con foto e selfie, il consiglio è di prendersi tempo e pensare. Perché tanto lì, prima o poi, ci finiremo tutti: è solo questione di tempo.

È l’ultima attrazione del “Kid Mai Death Cafe”, un locale aperto lo scorso marzo a Bangkok, Thailandia, che secondo Veeranut Rojanaprapa, il proprietario, ha l’obiettivo di far “Riflettere sulla brevità della vita”. Ma forse anche pensare di aver risparmiato il 10% sulle consumazioni, come promesso da Veeranut a chiunque sia disposto a farsi chiudere.

In effetti, all’interno del locale il richiamo alla morte è presente ovunque, a cominciare dal menù, con una lista di bevande e biscottini dai nomi inquietanti che richiamano all’oltretomba. E questo senza contare gli scheletri in resina strategicamente sistemati sui divani, compagni silenziosi di una pausa al bar fra amici o colleghi.

La bara è decorata con i tradizionali spiriti dorati, ma non tutti accettano di entrarci: chi lo fa è invitato a lasciare un segno della propria esperienza su una sorta di “guest book”, spiegando come immagina il proprio funerale, che fra l’altro il “Kid Mai Death Cafe” è disposto ad ospitare.

L’idea non è comunque una novità: il primo Death Cafe al mondo ha aperto nel 2010 a Parigi, su idea del programmatore Jon Underwood, convinto di voler spezzare il tabù della morte. Da allora gli appuntamenti con la bara condivisa si sono tenuti a Londra e a Columbus, negli Stati Uniti. (Germano Longo)

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