di Giorgio Cortese
Se c’è un’immagine che descrive bene il fisco italiano è quella del paradosso: qualcosa che sembra illogico, ma che nella realtà funziona proprio così. La Costituzione è chiara: ognuno deve contribuire alle spese pubbliche in base alla propria capacità economica, e il sistema deve essere progressivo. Sulla carta chi guadagna di più paga di più. Nella pratica, però, le cose non vanno esattamente così.
Oggi quasi metà degli italiani, circa il 43%, non paga l’Irpef. C’è chi ha redditi troppo bassi, chi non li dichiara, chi rientra in regimi che di fatto lo escludono dall’imposta. Le dichiarazioni 2024 raccontano un’Italia in cui più della metà dei contribuenti dichiara meno di 10 mila euro lordi all’anno. Una cifra che indica sia una realtà di difficoltà economica, sia un sistema che non sempre riesce a registrare il reddito reale di tutti.
La flat tax ha ampliato la distanza: circa due milioni di partite IVA, quasi la metà del totale, restano fuori dal regime ordinario e pagano un’imposta ridotta al 15%. A questo si affianca la tradizione tutta italiana dei condoni, delle rottamazioni e delle rate infinite: strumenti nati come eccezioni, diventati ormai una prassi. Chi aspetta l’ennesima sanatoria sa che, prima o poi, arriverà.
E così, alla fine, chi sostiene davvero lo Stato? I lavoratori dipendenti e i pensionati. Le loro tasse vengono trattenute direttamente dallo stipendio: niente scuse, niente ritardi, niente vie di fuga. Sono loro a finanziare servizi che usiamo tutti, ospedali, scuole, trasporti, sicurezza, anche coloro che contribuiscono poco o nulla.
Il vero paradosso è che raccontare questa realtà sembra quasi scomodo, come se mettere ordine nei numeri rompesse un accordo di silenzio. Eppure il quadro è davanti agli occhi di tutti.
Come se ne esce? Forse tornando a un principio semplice: le tasse non sono una punizione, ma un patto. Pagare significa partecipare alla costruzione del Paese, non subire una perdita. È un gesto di responsabilità collettiva.
E allora il paradosso può diventare uno stimolo: ciò che oggi appare illogico può spingerci a immaginare un sistema più equo. Perché un fisco più giusto non nasce da un miracolo, ma da una promessa reciproca, fragile, certo, ma ancora possibile.






