In principio era il consorzio pubblico destinato a occuparsi solo della raccolta rifiuti. Poi divenne teleriscaldamento, sicurezza, scavi, acquedotto, case di riposo. Un guazzabuglio. Con un finale già scritto: quello del fallimento. La decisione dell’arbitrato sull’Asa, mette nero su bianco (una volta per tutte) le responsabilità dei soci nel crack del consorzio pubblico dell’alto Canavese. Doveva essere il fiore all’occhiello di un territorio (il nostro) capace di amministrare e amministrarsi. E’ finita nel peggiore dei modi, con 37 milioni di euro da pagare per ripianare i debiti. Posti di lavoro persi, aziende fallite per le inadempienze dell’Asa e un’idea di territorio andata definitivamente in malora. 
 
C’è altro? Assolutamente si. Perché dietro la decisione dell’arbitrato si cela, più o meno bene, il lavoro che altri hanno seguito in questi anni. Di esposti in procura, a Ivrea, ne sono stati depositati pacchi alti così. Gli inquirenti hanno scartabellato tra quelle denunce portando avanti un lavoro di fino che non potrà finire nel nulla. I sindaci soci del consorzio non hanno vigilato sullo sperpero di denaro pubblico in Asa. Non si sono “accorti” degli investimenti sbagliati dei manager dell’azienda (da loro stessi nominati) e delle assunzioni a pioggia degli amici degli amici. Il conto, salatissimo, sta tutto in quei 37 milioni di euro. Ma le inchieste che la procura di Ivrea ha avviato in questi anni, fin qui (forse) congelate in qualche cassetto, adesso sono davvero chiamate a fare luce sulle precise responsabilità. C’è chi non ha vigilato, ovvio. Ma c’è chi, materialmente, ha preso i soldi dei cittadini canavesani e li ha buttati nel cestino (per non dire di peggio).
 
E’ il momento di fare chiarezza. Dalla A alla Zeta.
 

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