
Carichi di lavoro difficili da reggere, stress costante, stanchezza che non passa. Il disagio sul posto di lavoro è una questione che riguarda una fetta consistente degli occupati italiani. Secondo il Ministero del Lavoro, le dimissioni volontarie restano vicine ai 2 milioni l'anno, dopo il picco di 2,2 milioni toccato nel 2022. Un'indagine di Tack TMI Italy, la società di “Gi Group Holding” che si occupa di formazione e sviluppo delle competenze, prova a capire quanto stiano bene, o male, i lavoratori. La ricerca si intitola Il valore del benessere nel lavoro. Dati, percezioni e strategie per affrontare il cambiamento e ha coinvolto un campione di 1.500 occupati.
Il dato principale è che il 38% degli intervistati, quasi quattro su dieci, dichiara di non godere di un buon livello di benessere professionale. La percentuale arriva al 55% nella fascia fra i 35 e i 44 anni, l'età in cui le responsabilità in ufficio aumentano e diventa più complicato far quadrare il lavoro con la vita privata e familiare. C'è anche una differenza fra uomini e donne. Esprime un giudizio positivo sul proprio benessere il 66% dei primi, contro il 57 delle seconde.
Le cause del malessere chiamano in causa soprattutto il modo in cui le persone vengono considerate. Il 30% lamenta che il proprio contributo non viene valorizzato e il 24% la mancanza di occasioni di formazione e di crescita. Seguono la cattiva gestione dei carichi di lavoro, indicata dal 23%, e il clima aziendale, segnalato dal 20%. Sul fronte opposto, a far stare bene sono in primo luogo i rapporti con i colleghi, citati dal 39%, e la stabilità del posto, indicata dal 31%. Vengono poi la possibilità di fare pause e recuperare le energie, la flessibilità e il rapporto con il proprio responsabile.
Le aziende, secondo i lavoratori, fanno ancora poco. Il 22% racconta che nella propria organizzazione non esiste alcuna iniziativa specifica sul benessere e il 34% considera insufficiente l'impegno dei manager. Eppure il tema pesa sulle scelte professionali, visto che per tre intervistati su quattro il benessere psicologico conta quando si valuta un nuovo datore di lavoro. Il 64% chiede alle imprese di investire di più e con continuità, anche spostando risorse da altre voci di spesa.
Per Irene Vecchione, amministratrice delegata di Tack TMI Italy, il benessere dovrebbe diventare una priorità strategica, perché non incide soltanto sulla qualità delle giornate dei singoli e dei gruppi di lavoro ma sull'intera organizzazione. Un ambiente percepito come scadente può spingere i dipendenti a cambiare azienda o a investire meno energie nel proprio ruolo, e finisce per rendere l'impresa meno attraente per i nuovi talenti. Il compito di progettare soluzioni che rispondano ai bisogni reali delle diverse categorie di lavoratori, evitando ricette uguali per tutti, spetta secondo la manager alla leadership.
Quanto alle richieste, la metà degli intervistati vorrebbe benefit economici, ma molti puntano su un migliore equilibrio fra lavoro e vita privata. Il 38% chiede più flessibilità negli orari di entrata e uscita e nella gestione dei turni, il 36 la possibilità di lavorare da remoto. Fra chi ha già potuto provarle, lo smart working risulta la misura più efficace secondo il 62%, seguito dalla flessibilità oraria con il 49, dalle pause programmate con il 42% e dal rispetto dei tempi di riposo e del diritto alla disconnessione con il 41.
La ricerca individua infine un legame fra il clima aziendale e le competenze relazionali. Saper lavorare in squadra, indicato dal 32%, comunicare in modo efficace, citato dal 27, e gestire i rapporti con gli altri, segnalato dal 24, sono considerati gli ingredienti più utili per vivere meglio il lavoro, seguiti da intelligenza emotiva ed empatia e dalla capacità di gestire stress, conflitti e il proprio equilibrio personale.
Il tema del benessere si intreccia con quello, sempre più urgente, della ricerca di personale. Secondo il bollettino Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, a luglio le imprese italiane hanno dichiarato difficoltà a trovare i profili cercati nel 42,6% dei casi. In un mercato in cui i lavoratori qualificati sono contesi, la qualità dell'ambiente di lavoro diventa un argomento per attirarli e trattenerli.














