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La fede nuziale ha sempre significato la stessa cosa: una promessa destinata a durare per sempre. Oggi, in un numero crescente di gioiellerie da New York a Tokyo, prende forma il suo opposto, l'anello del divorzio, un gioiello che non celebra la rottura di un rapporto, ma la possibilità di ricominciare.

Il fenomeno è nato negli Stati Uniti come curiosità di nicchia, amplificata dai social network, e si è diffuso rapidamente fino a raggiungere Giappone, Francia, Spagna e Regno Unito, dove riviste e giornali di costume lo raccontano ormai come uno dei simboli più significativi della cultura post-matrimoniale contemporanea.

Invece di lasciare la fede o il solitario chiusi in un cassetto, sempre più donne scelgono di farli smontare e rimontare in un gioiello nuovo, spesso dal design completamente diverso da quello originario.

La pietra resta la stessa, ma cambia di significato: da promessa infranta a simbolo di una fase di vita che ricomincia. Non è un caso che, quando l'anello sopravvive nella sua forma originaria, tenda a spostarsi dall'anulare al dito medio, un gesto che rovescia simbolicamente l'idea che la realizzazione di una donna passi attraverso la riuscita di un matrimonio.

A rendere il trend visibile su scala globale è stata Emily Ratajkowski. Dopo la fine del matrimonio con il produttore Sebastian Bear-McClard, arrivata nell'autunno 2022 al termine di una relazione durata quattro anni e segnata da tradimenti resi pubblici, la modella ha richiamato la designer newyorchese Alison Chemla, che le aveva realizzato l'originario anello di fidanzamento a doppia pietra, in stile "Toi et Moi".

Le due pietre, un tempo unite in un solo gioiello, sono state separate e trasformate in due creazioni indipendenti: un diamante taglio a pera montato come anello a sé stante, e una pietra taglio “Princess” incorniciata da ulteriori diamanti.

Raccontando la scelta a Vogue America, la Ratajkowski ha spiegato di essersi ispirata a un saggio dell'amica scrittrice Stephanie Danler, in cui si parlava di un anello di famiglia composto dalle pietre di più matrimoni successivi: un'immagine che le ha suggerito come una donna non debba rinunciare ai propri gioielli solo perché la relazione che li aveva generati è finita. Per lei, ha aggiunto, quell'anello è diventato la prova tangibile che la propria vita le appartiene di nuovo.

Le foto pubblicate su Instagram hanno fatto rapidamente il giro del mondo, e nel giro di pochi mesi diversi laboratori di alta gioielleria hanno registrato un'impennata di richieste per progetti simili. Ciò che fino a poco tempo fa era un restyling quasi esclusivamente conservativo dei gioielli di famiglia si è trasformato in un gesto identitario, capace di ribaltare decenni di narrazione discreta, quando non vergognosa, attorno al tema del divorzio. L'anello non cancella il passato: lo rielabora, sostituendo il silenzio con un segno visibile.

Il fenomeno assume declinazioni diverse a seconda delle culture: nel Regno Unito, tra le millennial, si sono diffusi i "divorce ring parties", incontri organizzati in boutique in cui, tra un calice di champagne e una consulenza con designer e avvocati divorzisti, si decide come reinventare il proprio gioiello.

In Giappone, dove si parla di "rikon yubiwa", la pratica si inserisce in una cultura che attribuisce grande valore alla cura degli oggetti: non distruggere, ma dare nuova forma, in una logica che richiama il Kintsugi, l'antica tecnica di riparazione della ceramica con l'oro, capace di trasformare le crepe in parte del valore dell'oggetto.

In Italia il fenomeno resta ancora marginale: solo poche gioiellerie lo propongono come categoria autonoma, con prezzi che partono da circa mille euro, mentre è più diffusa la scelta più semplice di trasformare il gioiello ricevuto durante il matrimonio anziché conservarlo come ricordo di una storia conclusa.

Accanto agli anelli si moltiplicano anche i divorce party, feste organizzate per celebrare la fine di una relazione con la stessa cura riservata un tempo ai preparativi di nozze, insieme a viaggi pensati per chi ha appena divorziato e persino tatuaggi che segnano simbolicamente la chiusura di un capitolo. Sui social crescono hashtag legati a uno stile di vita associato all'indipendenza ritrovata dopo la fine di un matrimonio lungo.

Secondo diverse analisi, la spinta a possedere un oggetto di questo tipo nasce dal bisogno di attribuire un nuovo significato a un gioiello che, alla fine di una relazione, rischia di diventare solo fonte di amarezza.

Trasformarlo non equivale a rifiutare il passato né a restare bloccati nel dolore, ma a elaborare una perdita trasformandola in qualcosa di riconoscibile e raccontabile, sia che si scelga di modificare il gioiello esistente sia che se ne acquisti uno nuovo come gesto dichiarativo di chiusura.

Ogni separazione riattiva dinamiche antiche legate alla perdita, ma l'anello indossato dopo la fine di una relazione rappresenta un nuovo assetto personale, un modo per riappropriarsi di sé dopo anni spesso vissuti in funzione della coppia o della famiglia.

Non mancano le riserve. Il rischio, secondo qualcuno, , è che il mercato intercetti questo bisogno offrendo significati già confezionati, svuotando così il gesto della sua profondità simbolica e trasformandolo in semplice moda.

Meglio affiancare o sostituire l'oggetto con esperienze capaci di aprire davvero una nuova fase — un viaggio, un trasloco, nuove amicizie o interessi — che spostino l'attenzione da ciò che si è perso a ciò che si può ancora diventare.

Resta il fatto che, dietro l'apparente superficialità del trend, si nasconde il bisogno di costruire nuovi rituali per segnare passaggi dell'esistenza che un tempo restavano privati e oggi, invece, chiedono di essere mostrati e raccontati.